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DAVIDE CAOCCI
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Pillole di Management di Strada
- per chi crede in un mondo migliore -
Davide Caocci

prefazione di Maurizio Testa
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Gli articoli qui raccolti sono il frutto della mia elaborazione originale per
il blog aziendale di TEAMFORCE,
azienda inno...
A tutti i fratelli incontrati sulla strada,
alla strada percorsa insieme,
a quella ancora da percorrere!
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Prefazione
Che il mondo moderno stia diventando sempre più complesso
non è certo una novità. È sempre verde la battuta che...
Certamente le chance di sviluppo sono vincolate ad una
nuova concezione dell’uomo, al cambiamento delle relazioni
tra gli ...
attento a chi gli sta di fronte e accogliente verso la ricchezza
delle diversità che caratterizzano la nostra sempre più
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Due parole di necessaria introduzione, ma proprio due
Queste Pillole di Management di Strada rappresentano il
tentativo di...
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Lo stile
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SCR – Scoperta, Competenza, Responsabilità: 3
“semplici” passi per un mondo migliore
Il mondo è cambiato, non ci sono dubb...
La strada da percorrere
Se accettiamo la responsabilità che tutti abbiamo nel
contribuire al nostro successo con il realiz...
4 dimensioni per una scoperta
Non serve chiamarsi Cristoforo Colombo per gettarsi alla
“scoperta” di qualcosa di nuovo, an...
beninteso composto da tutti quei beni intangibles che
rappresentano la vera ricchezza della persona.
Le dimensioni
Affinch...
tesori celati per noi per poi farli fruttare secondo quanto il
cuore e il cervello ci suggeriscono e le mani ci permettono...
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Modello CTRE, competenza completa & competitiva
Competenti perché esperti di vita: questo è ciò che si
richiede agli uomin...
Gli studi in materia classificano più di 30 definizioni, ma in
questa sede mi riservo di proporre quel significato primo
d...
Esperienze che permettono alle relazioni di acquistare un
valore inestimabile e, insieme, consentono alle proprie
conoscen...
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RSP, Responsabilità Sociale della Persona: ecco la
differenza!
Dalla Responsabilità Sociale d’Impresa, RSI o Corporate
Soc...
del proprio comportamento» risulta imprescindibile poter
«correggere lo stesso sulla base di tale previsione».
Netti risul...
Solo in una realtà ove i rapporti saranno improntati ad una
simile qualità comune, il perseguimento delle migliori
condizi...
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Novazione 3.1, ovvero il change management secondo
ERIC
Oggi, la gestione del cambiamento richiede la capacità di
condurre...
Questa “nuova azione” si declina oggi in tre stili per tre
contesti differenti (l’Evoluzione per la persona, la Rivoluzion...
Se siamo d’accordo che consapevolezza e responsabilità
personale sono i caratteri fondamentali per attivare e vivere
un ca...
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Personal Quality Management, la nuova frontiera della
qualità
Il modello del Total Quality Management poneva il focus
su p...
in quanto cliente da soddisfare o risorsa umana da impiegare
al meglio, bensì proprio e pienamente perché “persona”,
dotat...
Capacità di gestione, di management, di “maneggio” che
torna ad essere competenza tecnica quasi artigianale per
affrontare...
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Dall’homo viator, insegnamenti per l’imprenditore d’oggi
Sono state proposte differenti metafore per rappresentare
l’odier...
delle stagioni, le migrazioni degli animali. Il tutto nel rispetto di
ritmi precisi e regolari, con modalità totalmente so...
La meta poi non è mai definitiva, perché rappresenta un
momento del compimento di un progetto più grande che si
realizzerà...
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Non serve nascondere la testa nel calcestruzzo
In questo tempo di falsi profeti e di fugaci illusioni a molti
può apparire...
Perché nascondersi
Infatti, si dà il caso che nei momenti più difficili sia necessario
l’impegno di tutti e di ciascuno, o...
realizzazione delle idee geniali, originali, promettenti o
semplicemente realizzabili che si presentino volta per volta.
D...
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Le 4P dello stile manageriale secondo Walt Disney
Nel marketing, le originarie 4P (Product, Price, Place,
Promotion) di Mc...
obbligati a riprendere in mano quelle categorie che, forse, ci
permetteranno di uscire dal pantano della stagnazione.
Ride...
supereroe che possiede mille risorse tecnologiche e
avveniristiche, tutte al servizio del bene comune (o di uno
specifico ...
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Cambio di stile, evoluzione in linea: dal verticale
all’orizzontale
Se il XX secolo è stato consacrato alla conquista dell...
pervasiva una è rimasta la costante, assunta quasi a
paradigma del secolo, il desiderio di arrivare sempre più in
alto.
Il...
spazio nella rete e viene messa a disposizione, o alla
mercede, di chiunque ci si trovi a tiro.
Dopo un secolo di chiusa a...
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Bellezza, libertà, generatività: 3 parole per un futuro
sostenibile
Tempo fa, un caro amico mi chiese di suggerirgli “3
pa...
obiettare che, nell’uso quotidiano, non se ne impiegano più
7.000, e che le nuove generazioni risultano ancor più
parsimon...
attivare quelle sinergie che generano nuove opportunità di
vita, sintesi delle stesse bellezza e libertà originarie, per p...
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3 marce in più per essere capaci di andare avanti
Le ricette più moderne proposte dai guru del
management per andare avant...
Ma il messaggio che qui si intende, invece, veicolare è
opposto: possiamo “andare avanti”, anzi dobbiamo farlo!
3 marce in...
scusa, queste sono le tre parole della convivenza: se si
usano, la famiglia va avanti», anche l’intera famiglia umana!
Ess...
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Passione, vero acceleratore di sviluppo
Dice un saggio contemporaneo che «Senza un sogno non
ti metti in cammino, ma senza...
conseguente inabilità dovuta alla mancanza dell’energia
propulsiva della passione.
Passione, o passioni, che ben conosce c...
passione, dall’atteggiamento di chi li impiega, dalla forza con
la quale si anela a raggiungere il risultato che ci si è p...
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Candele o lampadine, l’importante è sognare!
Una storia d’impresa che, come spesso accade in Italia,
può sembrar quasi una...
Durante l’Avvento, poi, aveva iniziato a colorar di rosso la
cera per dare un tocco di festa alle fiammelle che si sarebbe...
forma, dimensione ed intensità. E il fatto più incredibile era
che solo lui dirigeva quella sfavillante coreografia, non c...
Ma non riuscì a veder realizzato il suo sogno di accendere un
cielo stellato sul soffitto di casa, non capì mai cosa fosse...
Il contesto
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La cultura del naufrago per vincere la crisi
Nel 2010 il Cardinal Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa
Francesco, rilasciava u...
alcun aiuto, se non noi stessi e il buon Dio, di cui con molta
probabilità inizieremo a dubitare.
Magari abbiamo indossato...
Non è detto che arrivino a salvarci
Siamo di fronte, novelli Robinson Crusoe, a una vera sfida
che può condurci alla morte...
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La cultura del naufrago, parte II: collaborazione vs
competizione
Da un naufragio possiamo trarre insegnamenti per
elabora...
propongono diventano più complesse da gestire e da
descrivere.
Ci si rende subito conto di non essere più “sulla stessa ba...
Meglio collaborare
A questo punto, traendo spunto da quanto Claude-Adrien
Helvétius sosteneva già nel XVIII secolo, «Spess...
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Scenari globali per un mondo in cambiamento
Senza sfera magica è difficile prevedere gIi scenari
globali che si potranno d...
how di cui sono ancora detentori i centri di eccellenza
piuttosto che come destinatari di forniture per la produzione.
In ...
Da valutare le potenzialità in questo senso per elaborare
progetti di investimento attraverso triangolazioni America
latin...
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“Civette” & “mattoni”: immagini di ordinaria
globalizzazione
Globalizzazione, fenomeno del XXI secolo? In effetti, già
nel...
Nessuno però poteva prevedere il rapido evolversi del
sistema di rapporti globali e bastò arrivare al 2009, per vedere
i “...
Romolo e Remo) che, ci auguriamo, non si concluda nel
sangue. Con SAM SAM si vogliono rappresentare due aree
geografiche r...
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Europa, cortile di casa: coltiviamolo!
In Europa, lo scorso 1° luglio abbiamo festeggiato
accogliendo il 28° Stato membro ...
elle se fera par des réalisations concrètes, créant d’abord une
solidarité de fait […]», allora dobbiamo convenire nella
g...
Urgono riforme fondanti, direi “costituzionali” se l’uso di
questo aggettivo non ingenerasse diatribe tra giuristi e polit...
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PC16: nuove piazze per il dopo-Cina
Negli ultimi 30 anni la Cina ha rappresentato il campione
di crescita economica, ma la...
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Pillole di Management di Strada

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Queste Pillole di Management di Strada rappresentano il tentativo di declinare per un pubblico attento, e non necessariamente esperto, esperienze vissute e pensieri maturati in anni di lavoro accanto agli imprenditori e dentro le aziende: proprio “sulla strada”!
Tutto quello che viene descritto è entrato dai piedi, è stato digerito a livello di pancia, ha attraversato il cuore ed è poi giunto alla testa per trasformarsi dunque in comandi alle mani per operare e, infine, tornare alle gambe per muoversi.
Alla luce della nostra esperienza italiana, unica e irripetibile, irriducibile a formule alchemiche di sorta, con queste pagine provo a formalizzare suggerimenti e riflessioni utili da applicare al mondo dell’impresa, agli affari, al lavoro dei “grandi”, e far così del mio meglio per “lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato” (B.-P.): buona strada a tutti, e buona lettura!

Publié dans : Direction et management

Pillole di Management di Strada

  1. 1. DAVIDE CAOCCI
  2. 2. 2
  3. 3. Pillole di Management di Strada - per chi crede in un mondo migliore - Davide Caocci  prefazione di Maurizio Testa 3
  4. 4. Gli articoli qui raccolti sono il frutto della mia elaborazione originale per il blog aziendale di TEAMFORCE, azienda innovativa e un po’ “folle” con cui collaboro; tranne uno, richiesto da Cesare. Ringrazio, dunque, TEAMFORCE, Cesare Pastore e Maurizio Testa che mi hanno offerto la possibilità di condividere con loro questa impresa; ringrazio Giorgio Borgonovo che, con simpatia, pazienza e competenza, mi ha “iniziato” alle arti digitali; ringrazio Guido Bongo che ha ispirato alcune delle riflessioni; ringrazio Antonio D’Ovidio che mi ha convinto a pubblicarle; ringrazio Antonio Pucacco, fratello di strada da molti anni, che le ha lette col cuore e meditate “coi piedi”; ringrazio Gabriele Avellis, compagno di sempre, che mi ha dato un po’ di “colore”. Sarò lieto di dialogare con chiunque vorrà presentarmi domande, dubbi, perplessità, angosce o semplici osservazioni. Potrete contattarmi a questo indirizzo: davide.caocci@libero.it. GRAZIE a tutti! III edizione riveduta, corretta e ampliata 2014 © Davide Caocci - Tutti i diritti riservati 4
  5. 5. A tutti i fratelli incontrati sulla strada, alla strada percorsa insieme, a quella ancora da percorrere! 5
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  7. 7. Prefazione Che il mondo moderno stia diventando sempre più complesso non è certo una novità. È sempre verde la battuta che ci ricorda che “il futuro non è più quello di una volta”. Noi italiani in particolare ne viviamo e ne soffriamo le conseguenze più che in altre nazioni, avendo volenti o nolenti imboccato il viale che sta portando ad un profondo cambiamento per la nostra società. Cambiamento: problema o opportunità. Una visione problematica evidenzia quanto i segnali di degrado politico, economico e sociale nel nostro paese portino a ridurre nella gente la speranza nel futuro, in una prospettiva di implosione che a molti sembra ormai ineluttabile, così le piazze iniziano a riempirsi di folle sempre più urlanti, mentre i nostri giovani laureati riprendono la via della emigrazione anticamente percorsa dai nostri avi contadini. Cambiamento: problema o opportunità. Se indossiamo con coraggio gli occhiali della “opportunità”, tra le pieghe della storia e degli avvenimenti pur problematici, intravediamo una gamma di futuri, plausibili e auspicabili, che proiettano la concretizzazione di una società diversa, globalizzata ma ancorata sul locale, centrata sull’uomo, dove l’essere piuttosto che l’avere spinge allo scambio di prodotti e servizi caratterizzati da quei beni relazionali che consentono rapporti nuovi e più veri tra gli uomini, unica condizione per vero “ben- essere” e felicità. E la nostra nazione. Culla di un popolo empatico e brillante, ricco di storia, cultura, stili di vita invidiati da tutto il mondo, se riletta in questa ottica, sembra improvvisamente capace di rigenerarsi e diventare una fabbrica di ben-essere e accoglienza a favore dei popoli di tutto il mondo. Insomma “Problema o Opportunità”? In funzione degli occhi con cui oggi guardiamo il mondo alieniamo o costruiamo prospettive di sviluppo futuro per le nuove generazioni. 7
  8. 8. Certamente le chance di sviluppo sono vincolate ad una nuova concezione dell’uomo, al cambiamento delle relazioni tra gli individui e i popoli, in un contesto di necessaria sostenibilità complessiva. Perché questa modalità di sviluppo si possa concretizzare dobbiamo sperare che persone e organizzazioni che condividono questa prospettiva si incontrino e possano imparare a collaborare per generare “mondo nuovo”. In fondo è proprio quello che è successo nel mio incontro con Davide Caocci, che ha dimostrato una volta in più il motto che “i simili finiscono sempre per attrarsi”. Una simpatica sequenza di avvenimenti e coincidenze portarono il mio caro amico Cesare Pastore ad invitarmi a prendere un caffè con Davide in un tiepido pomeriggio di inizio Primavera del 2011. Da quel primo incontro, sorge la consapevolezza di condividere lo stesso desiderio di futuro, scintilla che ha portato poi ad una collaborazione in Teamforce, a una conoscenza sempre più profonda e a un’amicizia corroborata da intrepide esperienze vissute insieme. Dal 2013, Davide ha poi iniziato ad animare il blog di Teamforce [blog.teamforce.it], con i suoi scritti sempre più intriganti, ricavando un notevole seguito e interesse. Da qui l’idea di mettere insieme questi pensieri e pubblicarli in una raccolta più organica e integrata per offrire la possibilità ad un pubblico sempre più vasto di confrontarsi con una persona come Davide, capace di punti di vista e di interpretazioni originali di un mondo in cambiamento. Uomo colto, giurista, bravo scrittore, ben preparato da un lungo background sulle politiche di sviluppo internazionale, conosce il mondo del nord ma ha una particolare familiarità con il sud e di come esso stia prendendo piano piano uno spazio di rilievo nell’arena economica mondiale. Gli scritti di Davide ci parlano della sua visione del mondo ma sono anche rappresentativi della sua personalità e della sua storia personale. L’anima scout e in generale una prospettiva aperta alla collaborazione e all’associazionismo, gli consentono di manifestarsi come uomo aperto, sensibile, 8
  9. 9. attento a chi gli sta di fronte e accogliente verso la ricchezza delle diversità che caratterizzano la nostra sempre più poliedrica società. Davide ci fa navigare tra i temi della nuova globalizzazione, del management, della gestione del credito, dei nuovi paradigmi del marketing, dando prova di una innata capacità di visione olistica e sistemica dei fenomeni. Auguro a tutti i lettori di accogliere questa raccolta con anima e mente aperte, in una prospettiva gioiosa e giocosa che ben rappresenta il carattere solare e familiare dell’autore, caratteristiche che descrivono una persona “bella”, apprezzata e cara a tutti coloro che hanno la fortuna di vivere con lui brani di vita di mondo nuovo. Maurizio Testa .r 9
  10. 10. 10
  11. 11. Due parole di necessaria introduzione, ma proprio due Queste Pillole di Management di Strada rappresentano il tentativo di declinare per un pubblico attento, e non necessariamente esperto, esperienze vissute e pensieri maturati in anni di lavoro accanto agli imprenditori e dentro le aziende: proprio “sulla strada”! Tutto quello che viene descritto è entrato dai piedi, è stato digerito a livello di pancia, ha attraversato il cuore ed è poi giunto alla testa per trasformarsi dunque in comandi alle mani per operare e, infine, tornare alle gambe per muoversi. Alla luce della nostra esperienza italiana, unica e irripetibile, irriducibile a formule alchemiche di sorta, con queste pagine provo a formalizzare suggerimenti e riflessioni utili da applicare al mondo dell’impresa, agli affari, al lavoro dei “grandi”, e far così del mio meglio per “lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato” (B.-P.): buona strada a tutti, e buona lettura! Davide Caocci 11
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  13. 13. Lo stile 13
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  15. 15. SCR – Scoperta, Competenza, Responsabilità: 3 “semplici” passi per un mondo migliore Il mondo è cambiato, non ci sono dubbi su questo! E in tale contesto, anche l’imprenditore che desidera raggiungere l’autentico successo deve modificare il suo atteggiamento nei confronti della realtà in cui opera: basta con la concorrenza aggressiva, basta con lo spirito di conquista distruttiva, basta con il “prendi i soldi e scappa”! Lo stesso concetto di successo è evoluto e non si misura più nel numero di copertine patinate di Fortune che il manager conquista, o nelle Lamborghini schierate nel box. La conquista della vera felicità Per “successo”, voglio proporre la definizione di un grande uomo, Robert Baden-Powell (1857-1941), che già all’inizio del ‘900 riteneva che «L’unico vero successo è la felicità» per poi subito specificare che «Il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri». Dunque, nessun narcisismo edonistico né vuoto materialismo, ma un’apertura proattiva al mondo e alle persone che abbiamo intorno, colleghi, dipendenti, superiori, o familiari, vicini di casa, concittadini. Ma per far questo, è necessario darsi una mossa! Dobbiamo responsabilmente muoverci! 15
  16. 16. La strada da percorrere Se accettiamo la responsabilità che tutti abbiamo nel contribuire al nostro successo con il realizzare le condizioni di felicità per noi stessi e la nostra comunità di riferimento (la famiglia, l’impresa, il villaggio, il Paese, il mondo), dobbiamo allora accettare di applicare un nuovo stile, delle nuove technicalities o, per essere più sinceri, dei vecchi strumenti ma con rinnovate modalità. Partendo da queste, vorrei suggerire la riscoperta del sempre valido collegamento 3H (Head, Heart, Hands) o, all’italiana, TCM (Testa, Cuore, Mani), che già il filosofo svizzero Johann Heinrich Pestalozzi (1746-1827) proponeva in questo modo: «Solo ciò che colpisce l’uomo nella forza comune della natura umana, cioè nel cuore, nello spirito e nella mano, è per esso veramente, realmente e naturalmente formativo». Non abbiamo, quindi, nulla da inventare: ci serve solo riscoprire il grande patrimonio che è da tempo in nostro possesso! E, con questo, percorrere il proficuo cammino della SCR – Scoperta, Competenza, Responsabilità, a 360°. Scoperta del nuovo mondo che si è profilato intorno a noi e in cui, spesso, ci muoviamo come alieni incapaci di interagire efficacemente. Competenza da acquisire per renderci abili a crescere e far crescere in maniera sostenibile tutto ciò che incontriamo, noi per primi. Responsabilità verso sé e la propria comunità, verso il medio ambiente e le generazioni future, verso il passato che ci portiamo addosso e il futuro che andremo a costruire. Verso un mondo migliore Se saremo in grado di operare in questo modo, allora avremo dato il nostro contributo a far sì che questo mondo nuovo sia anche almeno un po’ migliore di quello che abbiamo trovato al nostro arrivo su questa Terra. E in questo modo avremo fatto veramente del nostro meglio per offrire a noi e agli altri quella felicità che rappresenta il vero successo della vita! 16
  17. 17. 4 dimensioni per una scoperta Non serve chiamarsi Cristoforo Colombo per gettarsi alla “scoperta” di qualcosa di nuovo, anzi proprio oggi, nel contesto mutevole in cui ci troviamo, appare sempre più necessario essere pronti a esplorare vie sconosciute per cogliere le opportunità del mondo nuovo. Abbiamo a disposizione ben 4 dimensioni da percorrere e attraversare: quella che ci porta dentro di noi, quella che abbraccia gli altri, quella che ci fa elevare e quella, limitata ma potentissima, del tempo. A noi sfruttarle al meglio! Il significato Se il vocabolario della lingua italiana indica tra i primi significati di “scoperta” ciò che viene reso visibile e manifesto, io preferisco quello ulteriore per cui si ha una acquisizione alla conoscenza e all’esperienza umana di nozioni, fatti, oggetti, luoghi prima ignoti, e rischiando di scivolare nel poetico aggiungerei quasi “ciò che prima per qualche motivo non si vedeva o che comunque si presenta alla vista come un’apparizione nuova” (cfr. Treccani.it). Con ciò compiendo anche una scelta consapevole sull’impegno che si deve profondere da parte dello scopritore per perfezionare l’atto e giungere all’autentica e piena scoperta. Non siamo quindi dinanzi a un fatto casuale: non è un rinvenimento fortuito bensì una ricerca scientemente condotta al fine di un desiderato accrescimento del proprio patrimonio, 17
  18. 18. beninteso composto da tutti quei beni intangibles che rappresentano la vera ricchezza della persona. Le dimensioni Affinché una simile attività sia fruttifera, però, è necessario muoversi in terreni ancora inesplorati, su piani nuovi, attraversando dimensioni non intercettate dalla geometria classica. Propongo allora in questa sede una sorta di itinerario attraverso le 4 dimensioni in cui ritengo si possa vivere appieno l’esperienza della scoperta. La rappresentazione cartesiana è da considerare una semplificazione che ci permetterà di visualizzare il percorso che andremo a fare. La prima dimensione, quella dell’ad intra, rappresenta il sé, l’io, gli interna corporis di ciascuno di noi: ciò che siamo e portiamo dentro, la nostra storia, i nostri valori. La mole di materia accumulata negli anni, pochi o tanti che siano, trascorsi nel mondo e modellata dalla nostra esperienza quotidiana. La seconda, quella dell’ad extra, si apre agli altri, agli externa corporis. È qui che andiamo a riporre tutto ciò che dall’esterno ci perviene, in dono gratuito o per rapina, quale oggetto di scambio o per sorte. Le nozioni che ci rendono persone erudite, i sentimenti d’amore e di rabbia per qualcuno o qualcosa, le esperienze tragiche ed eroiche che completano di sfumature i contorni definiti e netti di chi siamo. Insieme, queste prime due rappresentano l’immanenza nella quale ci muoviamo, costituita da strette di mano e baci appassionati, nottate insonni sui libri e accese discussioni politiche, lasagne al forno e viaggi in treno in seconda classe. A questo punto, la terza dimensione, quella della trascendenza o super, porta invece ad alzare lo sguardo, fisico e metafisico, per cercare di cogliere e catturare il di là o il di più. Alcuni lo identificano con Dio, l’Essere supremo, altri con il principio del tutto, altri ancora dichiarano con forza che non esiste, e si privano in questo modo di un’intera dimensione, per risparmiar energie e magari accontentarsi d’altro. Da ultimo, la dimensione dell’in fieri, del tempo, che attraversa le precedenti e le trasforma, le fa maturare e porta a realizzazione o rinsecchire e alfin morire. Qui, tutti possiamo tutto, sol volendolo. In ciascuna di queste grandezze, ognuno può e deve applicarsi al meglio per rinvenire, scoprire, e conquistare i 18
  19. 19. tesori celati per noi per poi farli fruttare secondo quanto il cuore e il cervello ci suggeriscono e le mani ci permettono. Le applicazioni Se un discorso simile non si concludesse con delle declinazioni concrete, potrebbe apparire un irenico sermone tratto da qualche vecchio libro di dottrina; tutt’altra è la mia intenzione! E allora, il cammino di ricerca che si snoda attraverso le 4 dimensioni della scoperta offre concrete occasioni di miglioramento (e autentico arricchimento) in ogni settore della vita: dal personal empowerment alla capacità relazionale, dall’efficacia ed efficienza professionale alle doti di leadership dentro e fuori dall’azienda, dalla profondità umana allo spessore sociale. Questo e altro, molto altro, si schiude a chi si pone proattivamente alla ricerca per crescere e per migliorare se stesso e il mondo intorno. E così facendo, contribuire a rendere il mondo migliore! 19
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  21. 21. Modello CTRE, competenza completa & competitiva Competenti perché esperti di vita: questo è ciò che si richiede agli uomini e alle donne del nostro tempo per affrontare al meglio le prove che vengono poste quotidianamente. Non servono titoli formali, conseguiti nelle sontuose accademie d’oltreoceano, spesso è sufficiente accogliere e trattenere l’insegnamento di un mentore, le parole di conforto di un vicino, l’esempio virtuoso di un testimone di autenticità. E allora chiunque può divenire portatore di competenza per contribuire alla realizzazione di un mondo migliore. La competenza Uno dei maggiori guru della formazione aziendale, il francese Guy Le Boterf, definisce la competenza come «Un insieme, riconosciuto e provato, delle rappresentazioni, conoscenze, capacità e comportamenti mobilizzati e combinati in maniera pertinente in un contesto dato»; se invece desideriamo essere più ampi e comprendere tutto possiamo riproporre la classica sommatoria di “sapere, saper essere, saper fare”. 21
  22. 22. Gli studi in materia classificano più di 30 definizioni, ma in questa sede mi riservo di proporre quel significato primo dell’originario termine latino “compententia”, vale a dire “capacità”, pur se in maniera amplia, di ottenere, richiedere, sollecitare, essere adatto, magari insieme ad altri portatori di ulteriori e diverse competenze per raggiungere un proprio obiettivo, magari una vittoria (da cui “competizione”). Ecco il motivo che mi ispira a proporre il modulo CTRE , per illustrare la completa competenza competitiva (3 volte c) che deve rappresentare il bagaglio di ciascuno nell’affrontare le sfide della vita o, concretamente, di un imprenditore di fronte alle quotidiane necessità della propria azienda, ma pure gli ambiti che tale competenza deve abbracciare: tecnico, relazionale ed esperienziale. 3 volte competenti Dunque, per essere piena, la competenza deve svilupparsi innanzitutto sul piano tecnico delle conoscenze utili e necessarie per “far bene” ciò che si è chiamati a fare, svolgere nel migliore dei modi possibili il proprio ruolo nella società complessa in cui ci si trova, apportare quel contributo unico e originale senza il quale il mondo sarebbe impercettibilmente incompleto. Può sembrare poco, ma è questo che fa la differenza e, come recitava Douglas Malloch, «Se non puoi essere un pino sul monte, sii una saggina nella valle, ma sii la migliore piccola saggina sulla sponda del ruscello». E per acquisire tali conoscenze, sicuramente sono necessari forza di volontà e spirito di sacrificio, tempo e coraggio: poi, tanta testa e un po’ di cuore. Cuore che diviene indispensabile per la competenza relazionale, quella che si patrimonializza dalle frequentazioni di valore, in famiglia, nella scuola, sul lavoro, ma pure per strada, dall’incontro fortuito con un allevatore di pangolini o dalla convivenza diuturna con un fratello. Le relazioni costituiscono il valore più genuino che a ciascuno di noi è concesso acquisire in vita: uniche e irripetibili, non formalizzabili né trasferibili, ricche o povere che siano vanno a costituire quel bagaglio che ci distingue e ci rende meraviglie originalissime. E quindi la competenza derivante dalle esperienze: il sudore versato nelle torride giornate d’estate a coltivar la terra o le lacrime dinanzi a un tramonto sul mare; il bacio dell’amata e la prima busta paga ricevuta dal proprio datore di lavoro. 22
  23. 23. Esperienze che permettono alle relazioni di acquistare un valore inestimabile e, insieme, consentono alle proprie conoscenze tecniche di caratterizzare ciascuna persona in sé come ganglio di relazioni significative che si attuano nello spazio-tempo. Arrivare per ripartire Ma allora dove andiamo con un simile bagaglio? Che diplomi e attestati, lauree e master siano indispensabili penso che siamo tutti d’accordo, ma non possono da soli essere bastanti per renderci completi, competenti e competitivi in un panorama in continuo divenire ove la conoscenza è il bene che sconta la più alta deperibilità e deve essere rinnovata continuamente per non perdere il suo valore. Ben vengano allora quei luoghi fisici e morali ove si possono arricchire le conoscenze tecniche con esperienze di crescita (umana, professionale, di formazione), magari veicolate da relazioni di valore. Sempre con l’assunto che non si giunga mai definitivamente alla meta, ma ogni traguardo rappresenti solo una tappa di un cammino continuo e che ogni arrivo apra alla successiva partenza. 23
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  25. 25. RSP, Responsabilità Sociale della Persona: ecco la differenza! Dalla Responsabilità Sociale d’Impresa, RSI o Corporate Social Responsibility (CSR) all’inglese, si è da tempo passati a riportare l’attenzione sulla Responsabilità Sociale della Persona, RSP o Personal Social Responsibility (PSR), per richiamare il ruolo e l’importanza che ciascuna persona porta in sé nel grande gioco della vita dove, dopo aver scoperto cosa fare (fase della scoperta) e imparato a farlo (fase della competenza), ci si deve impegnare a farlo al meglio (fase della responsabilità). E ciò è condiviso tanto dagli studi sociologici quanto da quelli economici, per evidenziare l’importanza che riveste, nel nuovo mondo in cui ci troviamo, il vivere da protagonisti consapevoli per contribuire a realizzare un mondo migliore. Per tutti e per ciascuno! Perché responsabili Se Arvind Devalia, nel suo famoso saggio dedicato all’argomento della Personal Social Responsibility, ce ne offre la seguente definizione, al contempo semplice e illuminante: «la capacità di riconoscere come il proprio comportamento produca effetti sugli altri», Nicola Abbagnano, invece, parlando di responsabilità nel suo “Dizionario di filosofia” ricorda che oltre alla «possibilità di prevedere le conseguenze 25
  26. 26. del proprio comportamento» risulta imprescindibile poter «correggere lo stesso sulla base di tale previsione». Netti risultano quindi gli elementi di questa attitudine che deve caratterizzare qualunque persona e che si possono sintetizzare con la consapevolezza che ogni nostra azione produce degli effetti nel mondo intorno a noi, unita alla capacità di prevedere simili effetti e, se del caso, con la libertà di modificare i nostri comportamenti proprio in ragione di tale previsione. Proprio questo ultimo aspetto offre una connotazione etica alla responsabilità dal momento che ci rende capaci di “rispondere” a una chiamata, a una vocazione, per modificare il nostro agire al fine di permettere il realizzarsi o viceversa evitare determinati accadimenti. Ma ciò presuppone il possesso di un bagaglio valoriale che guidi la nostra condotta. Verso chi responsabili Per quale motivo dovremmo allora orientare le nostre azioni in forza delle conseguenze che un certo comportamento potrebbe causare? In maniera abbastanza categorica, possiamo dire che la responsabilità di cui siamo investiti riverbera su noi stessi, sugli altri intorno a noi e su tutti i nostri simili; sulla Storia che viviamo e sul mondo che attraversiamo nella nostra vita. E questo a prescindere dal ruolo sociale, politico o economico cui assolviamo in concreto, ma solo e soltanto per il fatto di essere nati e vivere scientemente su questo pianeta. Tutto quello che produciamo in termini di interscambio tra noi e l’ambiente circostante, siano emozioni o rifiuti, beni relazionali o cose tangibili, è segnato indelebilmente dal nostro marchio personale e ce ne rende autori, degni o indegni a seconda dei casi. A noi il compito di portarne i meriti e di evitare le colpe. Io, noi, tutti, persone responsabili Per vivere in maniera responsabile la propria responsabilità, risulta fondamentale richiamare l’essenza dell’essere persona, per sé e per gli altri, in quanto portatrice di relazioni e, partendo da queste, l’importanza dell’operare ad un autentico sviluppo integrale della persona (di tutta la persona e di tutte le persone) quale unica via per realizzare un mondo migliore. 26
  27. 27. Solo in una realtà ove i rapporti saranno improntati ad una simile qualità comune, il perseguimento delle migliori condizioni per tutti non sarà più un’utopia ma un comune programma d’azione e la personal social responsibility sarà semplicemente la responsabilità di tutti verso tutti! 27
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  29. 29. Novazione 3.1, ovvero il change management secondo ERIC Oggi, la gestione del cambiamento richiede la capacità di condurre se stessi e la propria organizzazione, l’azienda o l’intera società, verso una “novazione” integrale: non abbiamo sbagliato, non volevamo dire “innovazione” (che ne è una componente) ma proprio “novazione”, nel senso di “nuova azione”. Solo con un atteggiamento consapevole rivolto in questa direzione è possibile governare saggiamente e da protagonisti il cambiamento che il mondo sta vivendo e che noi non possiamo, né dobbiamo, subire passivamente: ma noi dobbiamo cambiare, ed ERIC ci può aiutare! Novazione 3.1 Il programma di “Novazione” che qui si intende proporre necessita di alcune premesse metodologiche per poi essere lanciato e attuato in maniera efficace e proattiva. Innanzitutto, il termine “novazione”: esso indica la novità dell’azione che si deve porre in essere per gestire al meglio la trasformazione che il mondo sta attraversando. Una novità dell’agire che implica e coinvolge tutti i caratteri propri dell’agente e del suo ambiente e che deve portare a un rinnovamento anche delle modalità di pensiero e d’azione, delle capacità di vision e di sentiment, delle possibilità di interazione con cose e persone. 29
  30. 30. Questa “nuova azione” si declina oggi in tre stili per tre contesti differenti (l’Evoluzione per la persona, la Rivoluzione nella società, l’Innovazione in economia), che devono essere affrontate insieme, per un sistema unico e integrato (il nostro nuovo mondo che vive il Cambiamento). Su questo cammino, ci lasciamo accompagnare da ERIC, nostra guida esperta! 3, Evoluzione Rivoluzione Innovazione Il primo stile è quello che semplicemente possiamo definire Evoluzione e che riguarda la persona. Già Charles Darwin (1809-1882), in un certo senso padre della teoria dell’evoluzione, sosteneva che «Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti», e ciò comporta che la dimensione personale è la prima ad essere interessata dalle sollecitazioni provenienti dal contesto. E al contempo è la prima in cui si deve essere in grado di reagire per individuare gli strumenti più idonei per rispondere in modo efficace ed efficiente e, dunque, “sopravvivere”. Il secondo passo coinvolge la dimensione sociale e richiede la Rivoluzione. Per la società, spesso è necessario un vero e proprio stravolgimento per conseguire un obiettivo che sia valido per tutti, ma ricordiamo quanto affermava un rivoluzionario doc, Ernesto Guevara de la Serna (1928-1967), Che Guevara, «La rivoluzione del mondo, passa attraverso la rivoluzione dell’individuo», riposizionando il centro sul singolo attore da cui tutto deve partire. La fase successiva è quella dell’Innovazione per la dimensione economica dell’agire umano. L’economia, l’impresa, il lavoro devono procedere per passi successivi che comportino elementi di novità anche minimi ma continui. Steve Jobs (1955-2011), che dell’innovazione ha fatto un must del suo impero, ripeteva ai suoi collaboratori che «Le nuove idee nascono guardando le cose, parlando alla gente, sperimentando, facendo domande e andando fuori dall’ufficio!», nel vivere autenticamente e pienamente la propria vita! 1, Cambiamento Ma ERIC non sarebbe completo e tale se non riconducesse tutto all’unico e ampio Cambiamento sistemico che la realtà sta attraversando. 30
  31. 31. Se siamo d’accordo che consapevolezza e responsabilità personale sono i caratteri fondamentali per attivare e vivere un cambiamento intelligente, sostenibile e proficuo per tutti possiamo convenire con il Mahatma Gandhi (1869-1948) e invitare fortemente a «diventare il cambiamento che vogliamo vedere» senza accontentarci di sopravvivere alle cose che cambiano. Dobbiamo avviare modalità virtuose al fine di portare tutti e ciascuno a contribuire con modalità consapevoli e responsabili non solo alla trasformazione (per la costruzione di un mondo nuovo) ma altresì al miglioramento (verso la realizzazione di un mondo migliore) del contesto che ci ospita. Questa non è un’utopia: è una opportunità! 31
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  33. 33. Personal Quality Management, la nuova frontiera della qualità Il modello del Total Quality Management poneva il focus su processi e prodotti, dimenticandosi delle persone, e ha contribuito a portare il mondo delle imprese al punto in cui ci troviamo oggi; il Personal Quality Management, invece, ripone al centro la persona e la sua responsabilità, nel gestire processi, nel creare prodotti, nel costruire impresa, nel vivificare l’economia e la società. Un concetto di qualità che va ripensato e arricchito alla luce dell’insita dignità che ognuno porta inscritta in sé. Una sfida avvincente, una opportunità da non lasciarsi sfuggire! La persona Sviluppato a partire dagli anni ‘50 nel Giappone della rinascita dalle macerie del secondo dopoguerra, il Total Quality Management si è poi diffuso nel mondo grazie ai contributi e ai modelli offerti dagli Stati Uniti: ma in tutte le sue elaborazioni, a 8 o 9 componenti secondo le più attuali, manca un elemento fondamentale. Anzi, quello che deve essere considerato il più importante: la persona! Ecco perché in un nuovo approccio di Personal Quality Management, la persona riguadagna il suo ruolo centrale, non 33
  34. 34. in quanto cliente da soddisfare o risorsa umana da impiegare al meglio, bensì proprio e pienamente perché “persona”, dotata di una sua identità e coscienza a prescindere dai ruoli giocati nello specifico contesto di riferimento. Con la consapevolezza che l’aggettivo “personal” si riferisce a tutti e a ciascuno, coinvolgendo tutti a titolo diretto e in relazione agli altri secondo la relazione esponenziale xn. Un sistema innovativo, dunque, per riformare l’approccio economico deve ricondurre tutte le scelte a quel soggetto che ne è ideatore, fautore e destinatario, la persona. Parrebbe rivoluzionario ma è solo naturale! La qualità Parimenti, concetto e definizione di qualità hanno visto un’evoluzione bulimica nel corso degli anni per giungere a ricomprendere tutte quelle caratteristiche che soddisfano predeterminati requisiti (come prevedono i fondamenti della norma ISO 9000) ma anche in questo caso dimenticandosi del ruolo fondamentale ricoperto dalla responsabilità per la realizzazione di un sistema autenticamente di qualità. Responsabilità che è una caratteristica tipica della persona, giacché solo una persona può rispondere consapevolmente dei propri comportamenti attivi od omissivi e, quindi, solo persone responsabili possono garantire la qualità di azioni che si traducono in processi, che permettono la realizzazione di prodotti. Risulta al fine evidente che l’unica via per realizzare la piena qualità, modernamente intesa, è quella di avere persone responsabili o, da un differente punto di vista, di porre la responsabilità personale alla base di ogni sistema. La gestione Il tutto, però, necessita di rinnovate competenze gestionali, di un nuovo stile di management. E a questo proposito, mi piace ricordare come il termine inglese management, da cui i tanto incensati manager, spesso esageratamente pagati o criminalizzati, derivi dal tardo latino “maneggiare”, ancora in uso in italiano seppur con significato negativo, vale a dire «trattare con le mani»: in maniera semplice e diretta, lavorare! Una parola che riporta dunque al lavoro manuale, forse più pesante, ma al contempo creativo che richiede continua e costante attenzione. 34
  35. 35. Capacità di gestione, di management, di “maneggio” che torna ad essere competenza tecnica quasi artigianale per affrontare la complessità aumentata del nostro tempo per modellare la creta del XXI secolo e realizzare vasi per post- moderni fiori virtuali. Per far ciò, sono necessarie particolari competenze manageriali? Corsi di innovative business school? Probabilmente, è sufficiente riscoprire quelle doti proprie della persona umana, giacché il buon senso torni a governare l’humanum. Un’impresa da vivere con entusiasmo e coraggio, sicuri che l’opportunità che ci si propone è unica e l’esito finale dipende dalla nostra disponibilità a lasciarci coinvolgere, testa, cuore e, ovviamente, mani! 35
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  37. 37. Dall’homo viator, insegnamenti per l’imprenditore d’oggi Sono state proposte differenti metafore per rappresentare l’odierno imprenditore: qui vorrei tratteggiare quella non usuale, almeno nelle discipline aziendaliste, di “homo viator”, uomo in movimento. In movimento perché solo “muovendosi” l’essere umano può dimostrare a se stesso e agli altri di essere attivo. Nel presente contesto glocale, poi, il movimento può essere fisico, pedibus calcantibus, della mente (o del genio) e pure virtuale surfando nella rete, e si declina in almeno 3 stili differenti: quello del nomade, del migrante e del pellegrino. L’homo viator Stiamo vivendo un momento storico molto particolare: non possiamo usare solo il termine “crisi” per definirlo; occorre uno sguardo più ampio. Allo stesso modo, per parlare dell’imprenditore si devono elaborare immagini nuove e più evocative. In questa occasione, vorrei proporre l’immagine dell’homo viator, l’uomo in movimento, l’uomo che va per via, quale modello per l’imprenditore italiano, nella certezza che nelle sue differenti declinazioni esso ha molto da insegnare. Il nomade La prima categoria di imprenditori che si possono ricondurre all’homo viator è quella del “nomade”. Il nomade, sin dall’antichità, si sposta seguendo la natura sua e dell’ambiente che lo ospita: il proprio istinto, il susseguirsi 37
  38. 38. delle stagioni, le migrazioni degli animali. Il tutto nel rispetto di ritmi precisi e regolari, con modalità totalmente sostenibili e compatibili. Non ha un particolare legame con una terra perché si sente a casa propria su tutto il pianeta Terra, che gli dà da vivere e che rispetta. Il migrante Viene poi il “migrante”, colui che è spinto a muoversi verso una terra promessa per necessità, per assicurare a sé e alla propria famiglia una vita migliore e un destino più prospero. Difficilmente il migrante ritorna a casa; appena gli è possibile, anzi, si fa raggiungere da parenti e compaesani per condividere le opportunità e le occasioni che ha trovato. Nel cuore conserva un ricordo romantico della terra d’origine e, a seconda delle fortune, contribuisce in maniera più o meno consapevole alla creazione di mitologie delle migrazioni che, nelle grandi aziende, assurgono a vere e proprie saghe. Estremizzazione del migrante è il “profugo”: colui che è obbligato a fuggire per salvare la vita. Purtroppo le cronache, anche attuali, riportano quotidianamente casi di persone che fuggono da carestie, guerre, persecuzioni o cataclismi: la disperazione è il tratto che accomuna tutti, l’istinto di sopravvivenza Ia forza che consente loro di muovere un passo dopo l’altro in qualsiasi direzione. Il migrante ha ancora lacrime da spargere, e spesso lo fa copiosamente; il profugo conserva le sue forze per sopravvivere e non riesce più nemmeno a piangere. Il pellegrino Ultima figura di imprenditore in cammino è il “pellegrino”. Questo è mosso da energie particolari: una “fede” forte, una “vocazione” particolare, una visione “profetica”. Tutte motivazioni che rimandano ad una dimensione “altra” dell’esistenza ma che costituiscono le fondamenta dell’essere umano. Il pellegrino parte perché “crede” in qualcosa di grande anche se non è in grado di offrire una spiegazione razionale del suo andare; si muove con mezzi poveri, spesso solo a piedi, verso una destinazione precisa anche se non conosciuta; valorizza ogni metro del suo cammino e ogni incontro entra a far parte del suo bagaglio. 38
  39. 39. La meta poi non è mai definitiva, perché rappresenta un momento del compimento di un progetto più grande che si realizzerà poi con il ritorno a casa, nella propria comunità, con la quale condividere la ricchezza e bellezza dell’esperienza. E, magari, spingere altri a partire, accompagnarne alcuni, aprire strade alla volta di nuovi santuari. Buona strada! Homo viator, dunque, nomade, migrante e profugo, pellegrino: diversi i cuori, diversi gli occhi, diversa la strada percorsa. Metafora per i moderni uomini d’azienda che, nel nostro Paese, vogliono “intraprendere”. A ciascuno lascio il compito di trarre gli insegnamenti che più si sentono propri; a ciascuno la libertà di seguire un modello o di escluderlo; a tutti auguro, comunque, “buona strada”! 39
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  41. 41. Non serve nascondere la testa nel calcestruzzo In questo tempo di falsi profeti e di fugaci illusioni a molti può apparire facile, per non dire opportuno, fuggire dalle proprie responsabilità (e tutti ne abbiamo!) per nascondersi nell’individualismo più nero: comportarsi come uno struzzo e cacciare la testa, e il cuore, sotto la sabbia. Invece, proprio ora, la testa va usata, e ancor meglio di prima! Struzzo o calcestruzzo Ci troviamo indubbiamente in una fase cruciale della storia contemporanea: alcuni denunciano la perdita delle virtù, altri quella delle passioni, c’è chi grida alla fine del mondo e chi la invoca, giovani che seguono ideali antichi (pochi) e anziani rimbambiti da pillole dell’eterna giovinezza (troppi). In questo scenario, diviene quasi naturale richiamare l’immagine dello struzzo che, proverbialmente, nasconde il capo nella sabbia. Ma forse, ancor più appropriato sarebbe parlar di calcestruzzo perché, al di là dell’assonanza, chi si dovesse trovar oggi a nascondere la testa per fuggire dal confronto aperto richiesto dalla sfida del tempo presente meriterebbe solo di finire impastato nel conglomerato in uso nei cantieri edili e non certo solo a far “sabbbiature” riposanti. Dunque, con tutto il rispetto per il pennuto corridore, diciamo che l’esempio che offre non rappresenta un modello condivisibile. 41
  42. 42. Perché nascondersi Infatti, si dà il caso che nei momenti più difficili sia necessario l’impegno di tutti e di ciascuno, ognuno secondo le personali possibilità e capacità, apportando quei talenti e carismi che tutti possediamo e che possiamo condividere. E così facendo centuplicarne la forza e l’effetto intorno a noi. L’individualismo non conduce da nessuna parte e la codardia paralizza: solo il coraggio smuove anche le montagne e la solidarietà fa in modo di condividerlo anche con chi ne fosse sprovvisto. Dunque, mai nascondersi e ancor meno in un momento di grave difficoltà, o profonda crisi che dir si voglia, quale quello che stiamo vivendo e che, dobbiamo riconoscere, non finirà: dobbiamo solo, ed è tanto, alzare la testa e usarla! Usiamo la testa Ma cosa significa “usare la testa”? E poi, come usarla? Qualcuno, preso dalla disperazione, la usa per spaccare il naso ad un interlocutore inopportuno; altri, forse meno arditi, si limitano a sbatterla contro il muro più vicino; il nostro consiglio, invece, muove da considerazioni più pragmatiche e vuole aprire soluzioni meno sanguinarie e più performanti per tutti. Partiamo dalle considerazioni: il denaro sembra essere la risorsa meno diffusa, non solo in Italia; il desiderio di lavorare, invece, il sentimento che maggiormente ci accomuna. Chi non ha un lavoro, poi, ha molto tempo a sua disposizione: giornate di ricerca e notti insonni, da cui scaturiscono certamente emicranie e stress ma pure idee, e tante, e proprio queste debbono venire rivalutate. Queste idee sono la nostra risorsa fondamentale per avviare un cambiamento virtuoso! Come diceva il commediografo inglese George Bernard Shaw «Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io avremo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora avremo entrambi due idee», e allora perché non creare una “banca delle idee” ove chiunque possa condividere le sue e arricchirsi delle altrui? La testa dovrebbe farci comprendere quanto sia proficuo un simile comportamento di reciproco arricchimento dove il susseguente e naturale passo sarebbe poi quello di un attento scouting per l’individuazione di concrete modalità di 42
  43. 43. realizzazione delle idee geniali, originali, promettenti o semplicemente realizzabili che si presentino volta per volta. Diamo un calcio al calcestruzzo, dunque, e leviamo la testa: possiamo farcela, e ce la faremo! 43
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  45. 45. Le 4P dello stile manageriale secondo Walt Disney Nel marketing, le originarie 4P (Product, Price, Place, Promotion) di McCarthy e Kotler sono da tempo state integrate da ulteriori elementi e, oramai, si è approdati a un mix di 7 (con Physical evidence, People e Process) o 8P, ove si giunge a ricomprendere anche la “Paura”. Nello stile manageriale, invece, è recente l’elaborazione che prende spunto da Walter E. Disney e che, per il momento, si ferma a proporre le prime 4P: Pluto, Pippo, Paperinik e Paperone. In questo modello, Topolinia e Paperopoli rappresentano, a modo loro, un “mondo migliore” a cui ispirarsi nel nostro agire imprenditoriale! Il modello ideale di Disney Edmund J. McCarthy e Philip Kotler hanno nel secolo scorso avviato quegli studi di marketing che hanno portato a definire il famoso mix delle 4P che poi, col tempo, sono cresciute sino a 7 e, con l’acuirsi dell’attuale crisi, 8P: alle originarie P di Product, Price, Place e Promotion, si sono aggiunte quelle di Physical evidence, People e Process, fino all’ultima Paura, tutta italiana. Con molta probabilità, a causa di un eccesso di ottimismo nelle potenzialità dei mercati, nel recente passato si è abusato degli strumenti di marketing senza dedicarsi con la dovuta attenzione alla vera esigenza: quella di elaborare uno stile manageriale per uomini e donne d’azienda ed ora, siamo 45
  46. 46. obbligati a riprendere in mano quelle categorie che, forse, ci permetteranno di uscire dal pantano della stagnazione. Ridefinendo gli strumenti e i modelli e giungendo così ad uno “stile” originale. In questo nuovo approccio, Walter E. Disney, meglio noto come Walt Disney, ci offre una cosmogonia ricca di suggerimenti con le sue “città ideali”, Topolinia e Paperopoli che, a modo loro, rappresentano un “mondo migliore” a cui potremmo ispirarci nel nostro quotidiano agire da manager, imprenditori, cittadini di questo nuovo mondo. Città in cui animali antropomorfi interagiscono alla pari con esseri umani e animali animali, ove le relazioni familiari non si capiscono bene ma rappresentano il nerbo vitale della società, gli affari si concludono in dollari ma la borsa non incide più di tanto sul buon umore generale e, in fin dei conti, i “buoni” trionfano sempre sui “cattivi”. Un mondo utopico? Semplicemente, un mondo migliore. Le 4P dello stile manageriale Prendendo dunque spunto dal fantastico universo disneyano, proviamo a delineare uno stile manageriale che si sviluppi attraverso alcuni atteggiamenti incarnati da personaggi assai noti delle strisce colorate. La strategia che ne deriva dovrebbe secondo noi condurre l’uomo d’impresa, manager o imprenditore che sia, ad attivare dei comportamenti virtuosi e contagiosi che portino alla generazione di modalità nuove di affrontare le cose. Le figure che si propongono a modello sono Pluto, Pippo, Paperinik e Paperone, proprio 4P. Ma esaminiamoli insieme e cerchiamo di declinarli nell’attività manageriale. Pluto, un vero cane, che è divenuto l’emblema della cieca fedeltà al suo padrone, Topolino, e al contempo caratterizzato da quella grande sagacia che diviene indispensabile per far uscire tutti da questioni critiche. Pippo, un cane completamente umanizzato, miglior amico di Topolino, di una semplicità al limite dell’ingenuità e, per questo, capace di essere istintivo e di improvvisare. Sempre imprevedibile e, all’occorrenza, dotato di “superpoteri” (ricordiamo che, grazie alle noccioline, Pippo si trasforma in Super Pippo, un vero e proprio supereroe). Per la terza P, abbiamo Paperinik: personaggio uguale e contrario rispetto al precedente. Siamo qui davanti al 46
  47. 47. supereroe che possiede mille risorse tecnologiche e avveniristiche, tutte al servizio del bene comune (o di uno specifico obiettivo condiviso) perseguito con scrupolo, efficienza ed efficacia. E questo, comunque, sempre con grande discrezione e modestia. Dulcis in fundo, Paperon de’ Paperoni. Indicato sovente a modello della cupidigia e dell’avarizia umana, nonostante sia un papero, noi vogliamo riabilitarlo e sottolinearne invece i tratti positivi della caparbietà, della capacità di operare con metodo progettuale per obiettivi progressivi e, da non dimenticare, del fiuto per gli investimenti. D’altronde, partendo dal suo primo cent, è riuscito a raccogliere nei suoi depositi un fantapatrimonio di «500 triplitrilioni di multipludilioni di quadricatilioni di centrifugatilioni di dollari e 16 centesimi», come lo stesso Paperone afferma. In fondo, un buon papero! L’evoluzione del sistema Se le 4P della strategia disneyana così delineate vi appaiono eccessivamente banali, non preoccupatevi: come la tradizione ci mostra, tutti i modelli e gli schemi elaborati dalle grandi business school possono, e debbono, venire elaborati, sviluppati, modificati anche in tempo reale. E allora indichiamo subito la via sulla quale far evolvere le 4P aggiungendone una quinta: Paperoga, personaggio istrionico e, a volte, un po’ folle; capace di tutto e, al contempo, incapace di un impegno costante. A suo modo, geniale! L’insegnamento di Paperoga da applicare al modello manageriale ci è offerto dalla sua prima ed emblematica battuta, nel 1964: «Mi fermerò da te qualche giorno - STOP - T’insegnerò un nuovo sistema di vita - STOP». Un concentrato di efficienza ed innovazione. E non sono solo fumetti! 47
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  49. 49. Cambio di stile, evoluzione in linea: dal verticale all’orizzontale Se il XX secolo è stato consacrato alla conquista della dimensione verticale, è indubbio che il XXI sarà invece caratterizzato dal ritorno al senso orizzontale della vita: apertasi con l’inaugurazione entusiastica della Tour Eiffel a Parigi in occasione dell’Esposizione mondiale del 1889 e conclusasi in maniera apocalittica con lo sgretolamento delle Twin Towers di Manhattan nel 2001, la corsa al cielo ha visto l’essere umano porre piede sulla Luna (fisicamente) e su Marte (grazie a droni teleguidati), ma sempre rincorrendo il mito babelico di arrivare alla divinità e, magari, sostituirsi ad essa. Negli ultimi tempi, da più parti, si cerca di recuperare tutto ciò che crea relazione: reti reali e virtuali, occasioni di incontro, ponti, strade, vie per incontrarsi. Poi, magari, non si sa bene come gestire i rapporti, ma tutti sentiamo il bisogno di averne. XX verticale: da Parigi a New York Il XX secolo è stato segnato dall’acuirsi della sfida tra l’essere umano e la divinità: lo sviluppo delle scienze e della tecnologia hanno raggiunto risultati impareggiabili rispetto a tutta la storia precedente. Ma in questa crescita diffusa e 49
  50. 50. pervasiva una è rimasta la costante, assunta quasi a paradigma del secolo, il desiderio di arrivare sempre più in alto. Il castigo impartito dal Dio dell’Antico Testamento a chi si affannava nella edificazione della Torre di Babele non è bastato, ed ecco allora che a partire dal 1889 con la Tour Eiffel in occasione dell’Esposizione universale di Parigi, evento globale ante-litteram, passando per i voli sempre più sicuri nello spazio e l’approdo dell’Apollo 11 sulla Luna nel 1969, giungiamo all’11 settembre 2001 quando i feticci della nuova religione monetarista si sbriciolano davanti agli occhi di tutto il mondo, in un nuovo e tragico spettacolo a cui partecipa tutta l’umanità in diretta. Ricchissima e terribile parabola della verticalità del secolo scorso. L’essere umano desiderava “crescere”, andare sempre più in alto: picchi nei grafici delle performance azionarie, vette himalayane da contendersi, bambini sempre più allungati, tacchi vorticosi per le serate alla moda. Spesso senza rendersi conto che, cercando di raggiungere l’Olimpo, si rischiava di perdere Atene, vale a dire la dimensione più vera della relazionalità, quella che fonda la natura umana della persona, essere relazionale per definizione. XXI orizzontale: non solo Facebook E per rispondere al bisogno di socialità, ecco che grazie allo sviluppo e alla diffusione di collegamenti internet sempre più capaci negli ultimi anni si sono moltiplicati strumenti cosiddetti “social”: dal colosso Facebook, con oltre un miliardo di utenti a livello planetario, a LinkedIn, MySpace, Youtube, Twitter, Pinterest, Tripadvisor, Instagram, Chiappala, e altri per ora meno noti. Tutti finalizzati a far socializzare le persone, che però vengono chiamate “utenti”, “users”, e in questo spersonalizzate, ridotte a codici, username e password per accedere al proprio profilo. Proprio questo fatto diventa rilevante: ogni persona non è altro che un profilo, anche perché nell’universo virtuale di internet vi sono solo 2 dimensioni e dunque ciascuno può vedersi solo bidimensionalmente, per l'appunto “di profilo”, in stile antico Egitto. Certa è l’esigenza di condividere, di creare legami: foto del nipotino appena nato, torte di mele improponibili, tramonti ai tropici o ingorghi metropolitani, pensieri della sera, riflessioni sotto la doccia e poesie scapigliate, ogni cosa trova il suo 50
  51. 51. spazio nella rete e viene messa a disposizione, o alla mercede, di chiunque ci si trovi a tiro. Dopo un secolo di chiusa autoaffermazione individualistica, sembra quasi scoppiata la voglia di riaprirci all’altro, o meglio agli altri in maniera indifferenziata. Senza per questo riuscire a comprendere la necessità di affinare gli strumenti con i quali avvicinarci veramente all’altro e, con lui, avviare un rapporto autentico. Ci basta premere un “mi piace” per conquistare un “amico” per poi, eventualmente, “eliminarlo” dalla lista dei nostri contatti e non pensarci più. Ma ciò basta? L’impero romano, nel momento di massima espansione, aveva una rete viaria che comprendeva oltre 250.000 km di strade, dall’Oceano Atlantico alla penisola arabica e dalla Scozia all’Egitto; in molti viaggiavano, parlavano latino e così facendo davano vita alla prima communitas globalis della storia. Allora, però, le persone si incontravano veramente, face-to-face, vis-à-vis, l’una di fronte all’altra! Oggi, forse, scontiamo l’eccesso di infrastrutture virtuali e la sottovalutazione di quelle reali: ponti, strade, canali, a volte semplici porte e finestre (troppo spesso sostituite con quelle dei nostri pc), non ci dicono più nulla. Il vantaggio olistico del trasversale Ecco allora che il nuovo millennio deve da subito aprirci occhi mente e cuore alla necessità di integrare la dimensione orizzontale abbracciata dalla rete e dai social media a quella trasversale nella quale e dalla quale riscoprire il valore della “profondità” delle relazioni e dei rapporti interpersonali autentici. Incontrarci de visu davanti ad un caffè fumante, leggerci ad alta voce una pagina di Sepulveda, sostare in silenzio accanto ad una scultura di Rodin, visitare curiosi i sotterranei del Duomo, tutto ciò si può fare solo mettendo in gioco la nostra fisicità plastica e facendola interagire con quella dell’altro da noi e dell’ambiente reale in cui viviamo. Un simile passo può costar caro: richiede un investimento psicologico e di maturazione che molti, probabilmente, non si sentono di affrontare, ma è certo che la possibilità di penetrare nella dimensione trasversale del rapporto offre un vantaggio olistico a tutte le parti del sistema e, quindi, al sistema stesso. Dopo il verticale, quindi, e oltre l’orizzontale, abbracciamo il trasversale in profondità! 51
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  53. 53. Bellezza, libertà, generatività: 3 parole per un futuro sostenibile Tempo fa, un caro amico mi chiese di suggerirgli “3 parole per un futuro sostenibile e migliore”; mentre meditavo sulla difficoltà del compito assegnato e cercavo di selezionare quelle che potevano costituire il mio contributo, lui snocciolò le sue: bellezza, libertà, generatività. Ovviamente, queste mi paralizzarono aprendomi pensieri e riflessioni infinite ed infinibili. Cariche di energia e ricche di implicazioni, queste parole evocano tutto un universo di moti personali e relazionali facendo emergere desideri, sogni, progetti e responsabilità di tutti e di ciascuno per la realizzazione di quel mondo migliore che tutti desideriamo. 3 parole Riassumere la propria visione del mondo in 3 parole non è certo un lavoro semplice da svolgere, ancor meno lo è se il tempo a disposizione trascorre inesorabilmente e si viene incalzati da altri che coprono i tuoi pensieri con le loro parole, le loro immagini, le loro fantasie; arduo, per non dire quasi impossibile, se viene indicata pure una finalità specifica: 3 parole per descrivere un domani sostenibile e, magari, migliore di oggi e di ieri. Le parole, lo sappiamo, sono veicoli per trasmettere sensazioni, emozioni, desideri, per condividere progetti e idee, per relazionarsi con gli altri e, in estrema sintesi, manifestarsi e vivere. Ma la richiesta di cercarne 3, solo 3, considerando il fatto che la lingua italiana conta ormai oltre 800.000 lemmi, può lasciare spiazzati. Qualcuno potrebbe 53
  54. 54. obiettare che, nell’uso quotidiano, non se ne impiegano più 7.000, e che le nuove generazioni risultano ancor più parsimoniose, ma 3 sono sempre pochissime. E poi, cosa scegliere? Un sostantivo che identifichi un qualcosa di concreto (mamma) che contiene immensi addentellati metafisici, o un sentimento astratto (rabbia) che poi si declina in virulente azioni fisiche; un aggettivo (magnifico) che richiama anche la storia del nostro paese, o un avverbio (malamente) che tratteggia tristemente il nostro presente. Genio, genialità o geniale? Vita, vivente o vitale? Mah, intanto il mio interlocutore mi dona le sue 3 parole e, così facendo, interrompe il mio lavoro neuronale, mi fa perdere il filo dei ragionamenti che stavano elaborando la mia personale combinazione e mi obbliga a tuffarmi nel suo futuro. Bellezza, libertà, generatività 3 parole che riassumono un progetto di futuro migliore: bellezza, libertà, generatività. Non serve scorrere le pagine del vocabolario per capire cosa significano, ma porle insieme l’una di seguito all’altra a delineare un cammino di miglioramento, provoca un senso di smarrimento e di stordimento. Partiamo dalla bellezza, rappresentata da ciò che suscita piacere all’essere umano attraverso i suoi 5+1 sensi: edonismo? No, semplice gusto del bello. Categoria di un soggettivismo puro che, però, ha sempre guidato l’uomo anche nelle sue relazioni. E poi, libertà, quello status in cui ciascuno può agire secondo il proprio convincimento e le proprie responsabilità nei confronti degli altri, dei vicini, dei prossimi, senza alcun vincolo che non sia altrettanto liberamente accettato, catena di cui si possiede la chiave. Come non arrivare, dunque, alla generatività: meta naturale ove, liberi e belli, ci si apre alla moltitudine generativa, aprendosi all’altro da sé sul piano spaziale e temporale per relazionarsi e generare prospettive di futuro. Può sembrare un programma rivoluzionario d’altri tempi, condito d’insana utopia e vagheggiamenti filosofici, spiritualismo, umanesimo, altruismo e chissà cos’altro, invece è solo un semplice cammino attraverso il nostro mondo, per giungere insieme ad una realtà migliore: ciò che è bello, una volta riconosciuto e valorizzato, ci permette di vivere pienamente la nostra libertà responsabile e, in forza di questa, 54
  55. 55. attivare quelle sinergie che generano nuove opportunità di vita, sintesi delle stesse bellezza e libertà originarie, per poi riavviare il ciclo e permettere all'umanità di continuare ad essere e progredire. Follia? No, semplice realtà. Ma è necessario crederci ed impegnarsi per realizzarla. Un futuro sostenibile A questo punto, se mi sono perso nel seguire la tortuosa e splendida via disegnata dalle 3 parole suggerite dal mio amico per realizzare un futuro migliore, non ho certo dimenticato che la richiesta da cui tutto questo ragionamento è scaturito era di offrire le mie 3 parole. Ma ancora una volta, la testa si rivolge altrove: futuro migliore, sì, ma sostenibile. Accipicchia, quali responsabilità coinvolge una simile caratterizzazione del futuro! Deve essere qualitativamente migliore del presente e del passato e, per di più, sostenibile. Secondo quali criteri? Per quanti anni, secoli, millenni? Per chi? Dinanzi a quesiti di tale portata, anche un elaboratore elettronico andrebbe in tilt, figuriamoci la semplice testa di un altrettanto semplice essere umano, limitato e finito, che dunque torna cercare, nel suo usuale abbecedario di tutti i giorni almeno 3 termini che possano aiutarlo a muovere i primi passi verso un mondo migliore. Persona, amore, tutto: PAT, semplice ed immediato, forse infantile, ma tempo fa Qualcuno disse che «[...] se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 18,3), e quale futuro migliore e sostenibile se non il Paradiso? Provate anche voi, allora, a scegliere 3 parole, solo 3, per descrivere il vostro futuro migliore e condividetele, con amici, conoscenti, colleghi: e chissà che non sia da questa piccola rivoluzione delle parole che possa scaturire una corsa ad un mondo migliore. 55
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  57. 57. 3 marce in più per essere capaci di andare avanti Le ricette più moderne proposte dai guru del management per andare avanti anche nei momenti di maggior difficoltà prevedono ingredienti al limite del fantaincredibile: pozioni magiche o formule cabalistiche che ai più restano oscure e che, in definitiva, non portano risultati. Qui si propone, allora, la valorizzazione di 3 semplici capacità: vision, utilità, gratitudine. Già proprie di ogni persona, in questa nuova ottica diventano 3 marce aggiuntive per affrontare anche i terreni più impervi ed andare avanti, nonostante tutto: anzi, magari raggiungendo pure insperati obiettivi di successo. Andare avanti Discutendo con un giovane e brillante manager, Stefano Devecchi Bellini, con il quale condivido interessanti ambiti di impegno, mi sono ritrovato a confrontarmi sul come affrontare l’impervia fatica del motivare persone provenienti da disparati ambiti per “andare avanti”, proseguire, continuare con audacia e convinzione, e questo proprio perché oggi sembra che non si possa più “andare avanti”. L’opinione diffusa è che manchino le condizioni basilari per proseguire qualsiasi cammino intrapreso e, peggio ancora, che siano venute meno pure quelle per intraprendere qualsiasi nuova iniziativa. Lo scoraggiamento è il sentimento che maggiormente si riscontra, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, dall’economia alla cultura, dalla politica alla famiglia, dalla società alla fede. 57
  58. 58. Ma il messaggio che qui si intende, invece, veicolare è opposto: possiamo “andare avanti”, anzi dobbiamo farlo! 3 marce in più Per far questo, non vi sono formule magiche da preparare e nemmeno corsi di formazione da frequentare, ma semplicemente delle capacità già proprie di ogni essere umano da riscoprire e affinare. Quasi 3 marce in più per la nostra automobile, per permetterle di affrontare anche gli impervi terreni di questo critico periodo. Semplice? Forse no, ma ne vale la pena. Le 3 capacità da sfoderare sono la vision, l’utilità e la gratitudine: autentiche armi di formazione di massa! In prima battuta, la capacità di vision, che si declina nelle distinte dimensioni del tangibile e dell’intangibile, quindi del vedere ciò che esiste veramente, qui ed ora, e nell’intravedere quello che ancora non esiste, nel riuscire ad avere delle visioni, quasi profetiche, per antipare tempi, gusti, modelli che la società sarà pronta ad abbracciare in un prossimo futuro. E applicare tale profezia per l’elaborazione di progetti di costruzione di un mondo migliore per tutti, quindi per la realizzazione di quel bene comune auspicato da tutti. In secondo luogo, l’utilità: la capacità di utilizzare al meglio ciò che si ha e ciò che si è, risorse materiali e personali, di se stessi e degli altri, dando prova di saper valutare e valorizzare beni e persone per trarne ricchezza condivisa. Non sfruttamento, quindi, ma arricchimento condiviso, per sé, per le risorse impiegate, per i processi sviluppati, per le altre persone coinvolte, in maniera solistica, per raggiungere una piena utilità di sistema. Anche in questo caso, pare ripetitivo, per potenziare la costruzione di un bene comune che sia autenticamente “buono” e “di tutti”. Da ultimo, ma non per questo meno importante, la gratitudine: l’essere capaci di ringraziare, di “dire grazie” e di “rendere grazie”, dunque di rapportarsi in maniera anche umile con i propri simili e con il Creatore (almeno per chi ci crede). Attitudine questa che ci obbliga a prendere coscienza del fatto che non siamo onnipotenti e che ogni nostro successo o insuccesso è il risultato di una operazione complessa ove molti fattori variabili debbono essere posti a sistema. Risulta allora fondamentale rispolverare la nostra vecchia capacità di ringraziare, nei due sensi sopra precisati, come ricorda anche Papa Francesco dicendo che «Grazie, è una delle parole chiave della convivenza, permesso, grazie, 58
  59. 59. scusa, queste sono le tre parole della convivenza: se si usano, la famiglia va avanti», anche l’intera famiglia umana! Essere capaci Se siamo d’accordo che vision, utilità e gratitudine costituiscono capacità ineludibili per permettere all’umanità di “andare avanti”, di avanzare, dobbiamo parimenti riconoscere l’importanza dell’acquisire la consapevolezza di cosa significhi “essere capaci”, e poi diffonderla generosamente. Possiamo saccheggiare i vari vocabolari della lingua italiana per raccogliere definizioni comunque simili che riportano tutte alla «attitudine a comprendere e a operare», alla «possibilità potenziale di compiere una azione», all’«essere in grado di fare qualcosa»: termini quali attitudine, abilità, idoneità, competenza, facoltà, perizia, si ripetono ed inseguono ma necessariamente richiedono di essere completati per divenire realtà. Dunque, per andare avanti, dimostriamo di essere capaci di vedere, utilizzare e ringraziare: un modello di processo niente affatto innovativo ma sicuramente rinnovativo! 59
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  61. 61. Passione, vero acceleratore di sviluppo Dice un saggio contemporaneo che «Senza un sogno non ti metti in cammino, ma senza la passione non continui il cammino» (Giorgio Borgonovo) ed io sono convinto che abbia proprio ragione. Il sogno può rappresentare la fiamma che accende la miccia, ma se alla fine non abbiamo predisposto il giusto quantitativo di esplosivo, il tutto si esaurisce in qualche scintillio pirotecnico ed un po’ di odore di bruciato che resta nell’aria. Vero è che, oggi più che mai, si è perduta la capacità di sognare e, al contempo, pare che la forza della passione autentica abbia abbandonato l’essere umano: anzi, parlare di “passioni” sembra non rientrare più nel set di esperienze che hanno sempre contraddistinto il cammino dell’uomo. Dobbiamo riscoprire il sogno, condividerlo con altri e, poi, alimentarlo di passione per farlo divenire realtà! La passione per risvegliare i sogni Tempo fa, Giorgio Borgonovo, noto knowledge manager, ebbe a dire che la nostra epoca ha «il problema di gente poco appassionata e che non sa più sognare», considerazione che ha subito rafforzato riconoscendo che, secondo le più moderne scuole di pensiero, «sognare è un bisogno dell’umanità» e che, dunque, perdendo la capacità di sognare l’essere umano si sta impoverendo e snaturando. Purtroppo, l’affermazione disegna una drammatica realtà: le attuali società si sono spogliate della caratteristica tipicamente umana di sognare e questo fatto ha determinato la 61
  62. 62. conseguente inabilità dovuta alla mancanza dell’energia propulsiva della passione. Passione, o passioni, che ben conosce chi è innamorato della bella dama intravista sul balcone del palazzo e, per lei, è pronto a battersi in torneo con i più valorosi cavalieri del regno o, ugualmente, chi è disposto a mettere a repentaglio la testa pur di partecipare ad una rivoluzione per spodestare il tiranno. A questo punto appare chiaro che la passione, nel significato che l’Enciclopedia Treccani pone come residuale, vale a dire «Inclinazione vivissima, forte interesse, trasporto per qualche cosa», risulta un fattore chiave per riscoprire la potenza del sogno o, ancor meglio, per ritrovare nella nostra dotazione di strumenti per la vita quel momento onirico che spesso ha rappresentato la molla di imprese ed avventure, di follie e di grandi gesta. La passione per elaborare progetti Ma è immediatamente comprensibile che se la passione si riducesse a far sorgere sogni, avremmo una generazione di grandi sognatori, frustrati dal non incontrare l’oggetto del proprio vagheggiamento, e nulla cambierebbe. La passione, dunque, deve diventare anche la fiamma capace di accendere la miccia per far detonare un’esplosione creativa ove, però, il tritolo sia stato preparato con diligenza e accuratezza. E per far questo è indispensabile che si recuperi un metodo progettuale che, prendendo le mosse dal sogno della notte, venga declinato nelle condizioni della realtà contingente del mattino per poi realizzarsi con la fatica del lavoro nel meriggio. Bisogna sì tornare a sognare, ma poi avere il coraggio di svegliarsi, prendere il proprio sogno e, con competenza, formalizzarlo in un progetto che sia condivisibile e, per ciò stesso, capace di aggregare forze e di creare unità, attivando energie collettive. E, visto che tutto ciò non è da solo sufficiente, rimboccarsi le maniche e riversare energie nella sua realizzazione. Così facendo la passione diviene vero motore di una macchina sociale produttrice di bene comune o, più semplicemente, realizzatrice di un obiettivo condiviso. Da riconoscere, inoltre, che pure le technicalities necessarie alla progettazione non servirebbero a nulla se impiegate da sole in maniera fredda e “senz’anima”: sappiamo bene che i più avanzati strumenti vengono resi più performanti dalla 62
  63. 63. passione, dall’atteggiamento di chi li impiega, dalla forza con la quale si anela a raggiungere il risultato che ci si è posti. La passione per cambiare la realtà Se siamo riusciti a comprendere il processo descritto e, anche solo in parte, a realizzarlo, a questo punto potrebbero sorgere le domande: perché fare tutto ciò? Quale vantaggio ne posso o possiamo trarre? A cosa conduce? L’unica risposta, semplice ma non semplicista, è: questo è il mio/nostro contributo per cambiare la realtà e «rendere il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato» (Robert Baden-Powell). Eccessivamente idealista? Forse. Sognatore? Beh sì, quantomeno perché nato da un sogno. Utopico? No, anzi molto pragmatico: alcune cose non funzionano, desideriamo cambiarle, abbiamo una visione, la condividiamo, ne disegniamo il modello e cerchiamo di fare quanto possibile per realizzarlo e andare a modificare la situazione di partenza per migliorarla. E, come nelle precedenti fasi, la passione si dimostra motore, combustibile e volano per il buon funzionamento del sistema che parte dal sogno e, attraverso il progetto, diviene realtà migliore per tutti. Passione, dunque, come autentico acceleratore di sviluppo sociale condiviso, autentica dimensione quantica della crescita. 63
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  65. 65. Candele o lampadine, l’importante è sognare! Una storia d’impresa che, come spesso accade in Italia, può sembrar quasi una favola: candele colorate e lampadine magiche che fanno luce su un paese assopito dall’incantesimo di una strega malvagia. Si parte dal “c’era una volta...” e si arriva al “...e vissero tutti felici e contenti”; si susseguono sogni, progetti, realizzazioni; appaiono “illuminazioni”, fisiche e metafisiche; e pare quasi di intravedere anche un bel principe e un saggio mago. Forse è troppo, ma per rilanciare la competitività del sistema economico serve anche questo, anche se a volte basta un sogno! Le candele di ieri C’era una volta, in una anonima località della grande pianura padana, un piccolo artigiano che produceva ottime candele di cera: aveva ereditato la bottega dal padre, e produceva candele classiche, bianche, lucide, bellissime; da cucina, da notte, una volta all’anno anche da messa, per il signor prevosto. Era imbattibile nel suo lavoro, e vi metteva tutta la perizia che aveva maturato negli anni condita dalla grande passione, per liquefare la cera, colarla negli stampi, scegliere gli stoppini migliori e raffreddare i suoi prodotti in maniera naturale, senza fretta. 65
  66. 66. Durante l’Avvento, poi, aveva iniziato a colorar di rosso la cera per dare un tocco di festa alle fiammelle che si sarebbero accese nelle case dei suoi compaesani per il Natale, e così facendo anche le candele sembravano partecipare alla gioia del periodo e il nostro brav’uomo si sentiva in parte artefice del clima che si veniva a creare d’intorno. Una sera d’estate, però, dopo aver assistito al meraviglioso spettacolo delle stelle cadenti dalla piazzetta del paese, venne assalito da un desiderio strano: le sue candele avrebbero dovuto “dare di più”! Non capiva bene cosa ciò volesse dire, ma voleva che le sue candele esprimessero dei sentimenti, suscitassero emozioni, facessero vivere un’esperienza. Sicuramente, un obiettivo non facile da realizzare, ma nel quale si sarebbe cimentato senza risparmiarsi. Iniziò a disegnare le forme nelle quali voleva che brillassero le sue candele: stelle, mezzelune, melacotogne, fiori di campo, secchielli e scarponi da lavoro; poi, prese a sciogliere nel pentolone della cera alcuni “ingredienti” rubati dalla cucina e dall’orto: un po’ di cannella, dello zafferano, qualche foglia di prezzemolo o menta; e la sua bottega si riempì di molteplici e variegati oggetti dai mille colori che, accesi, rilasciavano sottili fumi profumati che accarezzavano i vicini e attiravano i curiosi. Le sue candele, dopo un primo comprensibile imbarazzo, riuscirono a vincere le resistenze dei vecchi clienti, e anche del parroco del paese, e a far conoscere l’anonimo artigiano anche nei villaggi più distanti, tant’è che in molti giungevano a chiedergli produzioni “speciali”: candele a forma di pecorella o zucca, ceri alla lavanda o allo zenzero, bugie gialle camomilla per riposare meglio o rosse peperoncino piccante per risvegliare il desiderio. Sembrava proprio che il successo stesse arridendo al nostro piccolo e sconosciuto artigiano, ma lui sentiva che gli mancava ancora qualcosa, e qualcosa di importante. Le lampadine di oggi Una notte, dopo una intensa giornata di lavoro tra fusioni e colature, pigmenti naturali e stoppini profumati, durante un sonno ristoratore ma agitato, venne risvegliato da un sogno impressionante: era all’interno di una camera buia e, all’improvviso, il soffitto si riempiva di piccole stelle colorate che, seguendo una dolce melodia di violini, danzavano inseguendosi, accendendosi, spegnendosi, cambiando di 66
  67. 67. forma, dimensione ed intensità. E il fatto più incredibile era che solo lui dirigeva quella sfavillante coreografia, non con zolfanelli o innesti, ma pigiando su piccoli bottoni colorati. Si sentiva al settimo cielo e non ne capiva il perché: neanche l’organista della chiesa aveva nelle sue mani un simile potere durante la messa cantata. Un pensiero gli sorse naturale ed incomprensibile: «Continuo a fabbricare candele colorate di tutte le forme e di tutti i colori; ora vorrei almeno immaginare di produrre una lampadina!». Certo, ma cosa è “una lampadina”? Noi, oggi, non ci poniamo il problema di come illuminare un ambiente. Entriamo a casa e, in maniera quasi automatica, allunghiamo la mano verso l’interruttore per dar luce al nostro rientro o, nelle soluzioni di domotica avanzata, i punti luce prendono vita al nostro passaggio, o allo schioccare le dita o al sentire un particolare comando vocale. Ma per chi è abituato alla luce naturale del sole e delle stelle, per chi si è sempre accontentato del fuoco scoppiettante nel camino o delle fiammelle ballerine di complici candele, non è facile concepire “una lampadina”. Questo è il punto di svolta del nostro racconto (chissà se favola o storia reale): il fabbricante di candele, per quanto fosse bravo nella sua prima attività, ha sentito il bisogno, quasi una vocazione, di cambiare e migliorare il suo prodotto attraverso un processo di ricerca e innovazione continua che lo ha portato ad una autentica rivoluzione. Percorso impegnativo, vocazione-innovazione-rivoluzione, che insieme al sogno-progetto-realizzazione gli ha consentito di “sognare” la lampadina. La storia non ci ha tramandato se il nostro fabbricante di candele sia poi riuscito a passare dal sogno al progetto e, dunque, alla realizzazione della prima lampadina; sappiamo solo che, in un pomeriggio di maggio, confidò le sue fantasie su candele, stelle e lampadine ad uno straniero di passaggio nel suo borgo, un canadese di nome Henry Woodward, il quale qualche anno dopo divenne famoso con il brevetto della lampadina elettrica. La morale della storia Come avevo anticipato, comunque, la nostra storia finisce bene: il piccolo e apprezzato artigiano fece fortuna, le sue candele vennero apprezzate sino ai confini della provincia e lui ebbe la possibilità di sposarsi e di metter su famiglia ... e vissero tutti felici e contenti. 67
  68. 68. Ma non riuscì a veder realizzato il suo sogno di accendere un cielo stellato sul soffitto di casa, non capì mai cosa fosse “una lampadina” e, possiamo crederci, questo cruccio lo spinse a fare del suo meglio in ogni attività che intraprese, in bottega, al mercato, in famiglia, con gli amici. Come da ogni favola che si rispetti, a questo punto, dobbiamo anche noi trarre un insegnamento che ci aiuti a migliorare; ma quale è la morale della storia? Diventare capaci di innovazione di prodotto e di processo? Troppo facile. Fidarsi dei sogni e impegnarsi nel realizzarli? Troppo idealista. Senza alcuna pretesa definitoria e con uno stile forse più semplice, mi sento di suggerire soltanto l’impegno a riscoprire quella facoltà tutta umana di sognare, di sognare “una lampadina” anche quando si sono viste solo candele per tutta la vita, e di fare di tutto per accenderne una e rendere il mondo un po’ più illuminato. 68
  69. 69. Il contesto 69
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  71. 71. La cultura del naufrago per vincere la crisi Nel 2010 il Cardinal Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco, rilasciava una lunga intervista a due giornalisti, Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti, che desideravano offrire un ritratto dell’alto prelato. Tra i molti aspetti affrontati, rilevante è la presentazione della “cultura del naufrago” quale stile per vivere in maniera vincente la sfida della crisi: semplice, chiara, esaustiva e immediatamente comprensibile da tutti. Mi permetto di usare ora i pensieri di Padre Bergoglio declinandoli in una proposta di strategia per aiutare gli imprenditori italiani in questo momento di grave difficoltà per arrivare ad «accettare il passato, anche se non sta più a galla» e «utilizzare gli strumenti che offre il presente per affrontare il futuro». Il naufragio La situazione che si è venuta a formalizzare dal 2007 a oggi, con l’avanzata e il radicamento della crisi in ogni paese e settore, può facilmente essere paragonata a un naufragio di romanzesca memoria: un disastro, di cui noi poveri passeggeri siamo il più delle volte vittime incolpevoli e inconsapevoli; una situazione che precipita e che, dalla serenità della sala da ballo, ci sbatte su una scialuppa in preda alla furia degli elementi; soli, senza riferimenti, senza 71
  72. 72. alcun aiuto, se non noi stessi e il buon Dio, di cui con molta probabilità inizieremo a dubitare. Magari abbiamo indossato il giubbotto salvagente più per rispondere all’istinto di sopravvivenza che per ossequio alle norme di sicurezza, magari abbiamo visto sparire tra le onde il nostro vicino di cabina, magari siamo rimasti abbracciati al legno ad occhi chiusi per non guardare l’inabissarsi della nostra nave e non immaginare il peggio. Quale peggio? Che noi siamo ancora vivi, con qualche straccio indosso, il nulla intorno, e una voglia matta di piangere. E ditemi se questa situazione non rispecchia quella che vivono molti nostri imprenditori, a prescindere dalle loro dimensioni, in questi tempi di radicale sofferenza dell’economia. L’isola del naufrago Ma nelle migliori tradizioni, il naufrago si risveglia dopo un certo tempo su una bianca spiaggia, coperto di salsedine e alghe, in mezzo ai detriti più variegati. In questo momento, allora, egli deve dare fondo a tutto il patrimonio proprio di quella che molti, e tra questi l’allora Cardinal Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco, chiamano “cultura del naufrago” e che dall’arcivescovo di Buenos Aires veniva sintetizzata efficacemente con queste parole: «Il naufrago affronta la sfida della sopravvivenza con creatività. O aspetta che vengano a salvarlo, o comincia a salvarsi da solo. Nell’isola dove giunge deve cominciare a costruirsi una capanna utilizzando le assi della barca affondata, insieme a nuovi elementi trovati sul luogo. La sfida di accettare il passato, anche se non sta più a galla, è utilizzare gli strumenti che offre il presente per affrontare il futuro». Ancora una volta, non tanto una metafora, ma quasi una vera e propria fotografia delle circostanze in cui si trovano coloro i quali sopraffatti dalla crisi cercano, in tutti i modi, di resistervi e di reagire per garantire un futuro a sé, alla propria attività e, nei casi più virtuosi, ai propri dipendenti. Raccogliere ciò che il passato ci ha distrutto e farne tesoro, non feticcio; elaborare nuovi stili di vita e di lavoro che permettano di governare la realtà in modo diverso, perché diverso è il mondo in cui ci si trova, è un mondo nuovo; fare in modo di rendere l’ambiente non solo meno ostile, ma autenticamente “migliore” e pienamente “nostro”! 72
  73. 73. Non è detto che arrivino a salvarci Siamo di fronte, novelli Robinson Crusoe, a una vera sfida che può condurci alla morte (propria o figurata, personale o aziendale) o ad una resurrezione piena, nuova primavera economica e umana, foriera di opportunità di cui far beneficiare anche la nostra comunità di riferimento. Unici protagonisti di un percorso di conversione di cui dobbiamo essere, o diventare, consapevoli anche perché non è detto che arrivino a salvarci, anzi, visto come vanno le cose, gli aiuti potrebbero non arrivare! Dunque, forza e coraggio: rimboccarsi le maniche e iniziare a spaccar legna per costruire un mondo migliore. Anche su un’isola deserta, in attesa di incontrare il nostro Venerdì! 73
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  75. 75. La cultura del naufrago, parte II: collaborazione vs competizione Da un naufragio possiamo trarre insegnamenti per elaborare comportamenti utili ad affrontare al meglio le difficoltà. Ma in questo momento di crisi generale e continuativa in cui i “naufraghi” sono molti, per non dire tutti, e ci si è resi conto che l’isola in cui ci troviamo è la sola risorsa a nostra disposizione, siamo obbligati a porre in essere delle virtuose strategie di collaborazione per sopravvivere e resistere. La competizione da condurre non è quella gli uni contro gli altri bensì quella verso il sistema! Quando a naufragare siamo in molti Se è vero come ha detto il Cardinal Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco, che «Il naufrago affronta la sfida della sopravvivenza con creatività. O aspetta che vengano a salvarlo, o comincia a salvarsi da solo», forse è altrettanto vero che quando a naufragare sono in molti, le variabili che si 75
  76. 76. propongono diventano più complesse da gestire e da descrivere. Ci si rende subito conto di non essere più “sulla stessa barca”, in balia del mare, bensì “sulla stessa isola”, in balia degli elementi e, al contempo, gli uni degli altri: con caratteri, desideri, paure differenti e magari inconciliabili. L’isola, invece, è la stessa, grande o piccola che sia e in questo contesto è necessario elaborare da subito delle modalità di convivenza che siano efficaci ed efficienti, sostenibili e compatibili perché solo in questo modo sarà possibile la sopravvivenza di tutti. Nell’animo umano, in particolar modo quando sottoposto a sollecitazioni da forte stress, si ingenerano sicuramente pulsioni irrazionali ed egoistiche tese alla propria conservazione che non permettono di esaminare con lucidità le reali opportunità esistenti, ma durante un naufragio, così come durante un periodo di crisi, di cui non si conoscono tempi e modi di sviluppo, sarebbe folle e autolesionista non avviare logiche collaborative tra i superstiti per cercare di “vivere meglio e vivere tutti”. Il contesto imprevedibile Nel nuovo contesto, l’isola o la crisi, le difficoltà sono numerose e non prevedibili, le risorse scarse o difficilmente fruibili, il sentiment che prevale è lo scoramento generalizzato: facile dunque abbattersi, in tutti i sensi. A maggior ragione, allora, diviene indispensabile una intelligente collaborazione finalizzata a garantire la sopravvivenza di tutta la comunità. La scelta di una competizione conflittuale tra fazioni, difatti, porterebbe solo alla distruzione di risorse, di vario genere, fondamentali al mantenimento e, comunque, non è detto che garantirebbe una migliore e più duratura esistenza della parte che ne uscisse vincitrice. Facendo riferimento alla teoria dei giochi, potremmo dire che naufragio e crisi realizzano scenari a somma variabile ove diviene necessario individuare soluzioni win-win per suddividere in maniera equa tra tutti i players l’unico premio a disposizione. In caso contrario, la soprafazione di alcuni o la vittoria di pochi sugli altri molti sarebbe parziale, non sostenibile e a termine: affermazione sicuramente forte e di difficile modellizzazione ma che l’esperienza attuale sta dimostrando nelle economie occidentali in preda alla crisi. 76
  77. 77. Meglio collaborare A questo punto, traendo spunto da quanto Claude-Adrien Helvétius sosteneva già nel XVIII secolo, «Spesso la ragione non rischiara che i naufragi», la sola opzione ragionevole per massimizzare il risultato utile e renderlo fruibile dal maggior numero di soggetti è la condotta collaborativa o cooperativa che permette a tutti di sopravvivere, di farlo al meglio e per maggior tempo. Anche perché, sull’isola del naufragio come nell’attuale situazione, è improbabile che arrivi qualcuno a salvarci. 77
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  79. 79. Scenari globali per un mondo in cambiamento Senza sfera magica è difficile prevedere gIi scenari globali che si potranno delineare nei prossimi anni ma visto che, come diceva Jet Bartlet, «Gli economisti sono stati messi su questa terra per far fare bella figura agli astrologi», posso azzardare quantomeno delle prospettive per elaborare strategie di medio e lungo periodo per aziende che intendano affrontare le sfide di questo pazzo mondo. Italia e Europa Indubbiamente, la crisi economico-finanziaria degli ultimi anni sta lasciando strascichi di lacrime e sangue in tutti i paesi europei e pure l’Italia, nonostante il suo “provincialismo” finanziario, continua a risentirne gli effetti. Se alcuni analisti indicano nella fine del 2014 l’uscita dalla stagnazione, è opinione diffusa tra molti esperti che il quadro che si presenterà per il Vecchio Continente non sarà più, comunque, paragonabile alla situazione pre-crisi. I colpi inferti al sistema produttivo, il rallentamento degli investimenti in ricerca e sviluppo, la contrazione di alcuni consumi, la trasformazione radicale del welfare in molti paesi, hanno cambiato radicalmente il volto dell’Europa e la capacità economica degli europei e le conseguenze si manifesteranno pienamente nei prossimi dieci anni. I mercati italiano ed europeo resteranno di sicuro interesse almeno sino al 2020 ma più per l’acquisizione di quel know- 79
  80. 80. how di cui sono ancora detentori i centri di eccellenza piuttosto che come destinatari di forniture per la produzione. In questo quadro, il ruolo dell’Italia dovrebbe permanere, nello stesso periodo, abbastanza inalterato grazie ad alcune nicchie ben presidiate, nonostante i gravi freni dovuti all’instabilità istituzionale da gestire e con cui fare i conti. Italia e Cina Diverso discorso vale per il gigante cinese: già ora in fase esplosiva, rimasto abbastanza impermeabile ai contraccolpi dei crack degli ultimi anni, capace di penetrare attraverso canali formali e informali nelle economie di tutto il mondo, rappresenterà a partire dal 2015 il vero e nuovo centro economico del pianeta da tutti i punti di vista. Leader nei consumi e nelle produzioni di tutto, nel decennio 2020-2030 dovrà elaborare nuove modalità di gestione dell’economia interna ed internazionale e avrà la capacità di imporne l’adozione al resto del mondo. L’Italia in questo momento è in una felice posizione di partenariato con la Cina e deve potenziare il suo ruolo facendo leva sui talenti umani, culturali, scientifici e imprenditoriali che riesce ancora ad esprimere per garantirsi una posizione di primazia in futuro. Il valore della partita è di enorme interesse. Italia e Africa sub-sahariana Totalmente da costruire è lo scenario che potrebbe aprirsi dopo il 2025 in particolare nei paesi dell’Africa sub-sahariana. Là dove le antiche carte di navigazione indicavano “Hic sunt leones”, ora si ingaggiano confronti commerciali di enorme rilevanza per l’approvvigionamento di materie prime: la Cina è il primo player in tutti i settori, i paesi dell’Unione Europea e gli USA faticano a starle dietro, il Brasile, l’India e la Russia fanno la loro parte e si stanno creando interessantissime relazioni bilaterali. Ma nei prossimi anni questa regione diverrà ancora più importante dal momento che, accanto alla capacità di rifornire di materie prime fondamentali per garantire il mantenimento delle produzioni mondiali, avrà sviluppato enormi mercati di consumo degli stessi prodotti. L’Italia non è stata in grado di valorizzare la sua posizione nel Mar Mediterraneo quale ponte tra Europa e Africa e rischia di perdere la possibilità di fungere da base naturale per i futuri rapporti. 80
  81. 81. Da valutare le potenzialità in questo senso per elaborare progetti di investimento attraverso triangolazioni America latina-Unione Europea-Africa sub-sahariana, in cui l’Italia trovi un ruolo da protagonista. Per chiudere, citando un proverbio brasiliano secondo cui «Nessuno può credere al futuro se non crede al presente» posso solo invitare tutti gli operatori a fare del proprio meglio per essere pronti a servire i propri sogni oggi per poterli trasformare in progetti domani e portarli a realizzazione quanto prima. Il futuro si costruisce da oggi! 81
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  83. 83. “Civette” & “mattoni”: immagini di ordinaria globalizzazione Globalizzazione, fenomeno del XXI secolo? In effetti, già nel V secolo, il prefetto romano Rutilio Namaziano lodava così l’opera condotta dall’impero «Urbem fecisti, quod prius orbis erat», vale a dire «Dove prima c’era il mondo intero, ora c’è una città», anticipando di almeno quindici secoli il concetto di “villaggio globale” a cui oggi siamo abituati. E allora, se da più parti sentiamo parlare in toni entusiastici di “civette” e “mattoni” (o secondo l’acronimo inglese, CIVETS e BRICS), o in maniera denigratoria di “maiali” (PIIGS) e, forse tra qualche tempo, conosceremo i fratelli SAM, ci riferiamo sempre a paesi, vicini o lontani, dai quali inevitabilmente dipendiamo e dipenderemo sempre di più. Proprio come in un romantico borgo d’altri tempi. Civette & mattoni Nel 2001, un documento della banca d’affari Goldman Sachs indicava Brasile, Russia, India e Cina come quelle economie che avrebbero dominato la scena mondiale in apertura del nuovo secolo. Per indicarli, si scelse la sigla BRIC e, poco tempo dopo, si aggiunse ai primi quattro anche il Sud Africa, autentico miracolo sociale ed economico del continente africano. 83
  84. 84. Nessuno però poteva prevedere il rapido evolversi del sistema di rapporti globali e bastò arrivare al 2009, per vedere i “mattoni” (i BRICS) iniziare a sgretolarsi sotto apparentemente innocue “civette”: fu Robert Ward, dell’Economist Intelligence Unit, ad indicare quali neo- emergenti protagonisti dello sviluppo planetario Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia e, ancora, Sud Africa, coniando l’acronimo CIVETS. ABC & maiali Se le sigle coniate dagli analisti possono contribuire a strappare un sorriso, dobbiamo ugualmente riconoscere che altre volte non brillano per originalità o correttezza. Ed ecco allora che i tre giganti del continente latino americano da sempre, o almeno dal 1914, sono accomunati dall’ABC (Argentina, Brasile e Cile), mentre con “maiali”, PIGS o PIIGS, ci si riferisce in maniera per nulla simpatica a quei paesi dell’eurozona in difetto con gli obblighi di pareggio finanziario imposti dal Trattato di Maastricht e seguenti, quindi Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna. Ma al di là delle colpe di ciascuno, l’immagine evocata è di certo poco felice. I francobolli dei fratelli SAM Ma ritengo che sia condiviso da tutti, economisti esperti e comuni uomini della strada, che il panorama che ci si apre dinanzi risulti non solo in continuo e progressivo mutamento ma totalmente imprevedibile e, spesso, in schizofrenica disvoluzione (neologismo che intende fondere evoluzione, involuzione e rivoluzione). Ecco allora che a me piace proporre ulteriori immagini che possono evocare percorsi da esplorare per l’avvio di relazioni commerciali virtuose in ottica win-win per imprese guidate da uomini e donne di mente e cuore aperti. La prima è quella dei “francobolli”, di cui molti possiedono una improbabile collezione: gli STIMPS, Sud Corea, Turchia, Indonesia, Messico, Filippine (in inglese, Philippines) e l’immancabile Sud Africa, rappresentano oggi partners più che interessanti per avviare alleanze innovative per processi di R&S, produzione e commercializzazione, per grandi, medie ma pure piccole aziende desiderose di affrontare in maniera intelligente le sfide della globalizzazione. La seconda, e forse più ardita, propone invece i “fratelli SAM”, attualizzazione del mito classico dei gemelli (Caino e Abele, 84
  85. 85. Romolo e Remo) che, ci auguriamo, non si concluda nel sangue. Con SAM SAM si vogliono rappresentare due aree geografiche ricchissime che possono offrire proficue opportunità di cooperazione e sviluppo: nella regione del Nord Africa, Senegal, Algeria, Marocco, in Africa meridionale, invece, Sud Africa, Angola, Mozambico. I latini indicavano con un omnicomprensivo “hic sunt leones” l’intero continente nero e, purtroppo, questo ingenera ancora oggi timore e titubanza. La situazione reale, però, dovrebbe scuoterci da simili ataviche paure e portarci a riscoprire il gusto di percorrere nuove strade nella consapevolezza che, se non saremo noi a batterle, altri lo faranno al nostro posto, e qualcuno è già in cammino! 85
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  87. 87. Europa, cortile di casa: coltiviamolo! In Europa, lo scorso 1° luglio abbiamo festeggiato accogliendo il 28° Stato membro deIl’Unione, la Croazia, e noi tutti euroentusiasti ne siamo stati felici e soddisfatti. Pochi giorni dopo, invece, a Londra la Camera dei Comuni ha approvato la proposta di legge per lo svolgimento del referendum popolare sull’uscita dall’UE. E anche in questo caso, i convinti sostenitori della casa comune europea hanno detto: «Era ora!». L’Europa è ormai il nostro cortile di casa, spetta a noi custodirlo e curarlo, invitarci gli amici per il barbecue o scacciarne fastidiosi visitatori inopportuni. Europa a 28 Oggi il continente europeo sta vivendo la sua crisi di mezza età: sì, non possiamo accontentarci di additare la congiuntura internazionale quale unica causa del malessere che sta scuotendo anche le storiche economie di Francia, Germania e Italia; e sarebbe colpevole anche nasconderci dietro malesseri dovuti alla mancata tenuta dell’Euro sui mercati globali, al continuo e crescente attacco della Cina, all’attuale disamoramento per il progetto europeo. L’Unione Europea è riuscita a realizzare molti e impegnativi progetti ma paga i suoi anni. Se consideriamo che Robert Schuman tenne il suo storico discorso nel maggio del 1950 e lì ebbe a riconoscere quasi profeticamente che «L’Europe ne se fera pas d’un coup, ni dans une construction d’ensemble: 87
  88. 88. elle se fera par des réalisations concrètes, créant d’abord une solidarité de fait […]», allora dobbiamo convenire nella grandiosità dell’impresa. Dai 6 Paesi che si associarono nel 1951 nella Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, la CECA, ai 28 che oggi condividono le sorti dell’Unione, si è percorsa una strada lunga e a volte impervia, ma costellata di grandi risultati: l’affermarsi del mercato unico con le libertà di circolazione di merci, servizi, capitali e persone, l’armonizzazione delle normative nazionali in delicati temi sensibili quali le imprese (la PMI europea ne è un felice se pur discusso esempio) o le emissioni atmosferiche, la creazione della moneta comune, l’Euro, idolo e demone degli europeisti. Le “realizzazioni concrete” cui faceva riferimento Schuman si sono succedute, ora però è indispensabile un ulteriore sforzo comune per crescere nell’unica direzione possibile: dar vita ad una vera unione politica! L’alternativa è il progressivo e lento svuotamento di senso del sistema sino alla sua morte per atrofia. Europa a 50 Di questa situazione sono sintomatici gli avvenimenti delle ultime settimane: da una parte, festeggiamenti in clima di condivisa austerità per l’ingresso della Croazia, dall’altra applausi e brindisi oltremanica per il sostegno alla proposta di referendum britannico per l’uscita dall’Unione Europea da celebrarsi entro il 2017. Due atteggiamenti apparentemente antitetici ma che promanano da un medesimo spirito: l’amore-odio per questa Europa! Cortile di casa in cui possiamo coltivare le rose, giocare a palla con gli amici e organizzare rinfreschi in primavera ma, allo stesso tempo, dove bisogna prestare attenzione ai parassiti, ai bambini dispettosi e prepotenti o agli intrusi inopportuni. Ecco allora che se durante le prime decadi di storia, l’Europa istituzionale ha visto un continuo arricchimento in contenuti e riflessioni, in capacità produttiva ed espansiva, in modelli e progetti da proporre al mondo, a partire dai primi anni 2000, sta vivendo una fase di sterile autocentramento che rischia di condurre alla distruzione. Non corretto pensare a ulteriori adesioni: se il continente europeo, geograficamente inteso, conta 50 Stati, l’attuale UE a 28 ha già raggiunto la sua massima capacità sostenibile. 88
  89. 89. Urgono riforme fondanti, direi “costituzionali” se l’uso di questo aggettivo non ingenerasse diatribe tra giuristi e politici. A noi, comunque, spetta di salvaguardare il patrimonio che l’Europa formalizzata dai Trattati, da Roma a Lisbona, e dai 500milioni di europei, da Bruxelles a Stoccolma, da Madrid ad Atene, hanno contribuito a rendere vivo e vero. Europa e poi Ma oltre le colonne d’Ercole, al di là degli Urali, cosa si prospetta per noi? Certo è che il mondo ci guarda, e con attenzione: come terra di conquista alcuni, come compagni di viaggio altri, con diffidenza e timore alcuni, con simpatia e spirito di complicità altri. Il nord America non ci considera e fa di tutto per minare il nostro progetto cercando di incrinare i rapporti tra i partner (Regno Unito, Polonia e Turchia solo per fare alcuni esempi); l’America latina desidera ritrovare in noi quei fratelli maggiori con cui affrontare le sfide del XXI secolo in chiave nuova e in comunità di intenti; l’Africa nera vorrebbe avviare alleanze strategiche che superassero finalmente le logiche post- coloniali, pur conservando un forte complesso di inferiorità e diffidando di noi; l’Africa bianca si considera Europa, pur nelle alterne vicende delle sue recenti primavere; i Paesi arabi sperano di poterci mantenere come clienti per il petrolio e fornitori per i beni di lusso e, con questa azione, rafforzano la strategia di indebolimento condotta dagli Stati Uniti; la Cina punta a “conquistare” le singole piazze europee con una semplice e capillare penetrazione virale (o cinesizzazione); altri attori asiatici, invece, cercano in ordine sparso di creare partenariati bilaterali con Paesi europei o con l’Unione nel suo insieme, sempre comunque conservando uno sguardo rispettoso ad oriente per non provocare l’ira del “grande” vicino. A noi urge rispondere, in maniera adeguata e innovativa, agli stimoli di questo tempo: l’Europa, gli europei devono riscoprire la loro vocazione alle sperimentazioni politiche ed istituzionali, oltre che economiche, per rilanciare il progetto profetico di cui siamo parte e portarlo al suo unico compimento possibile, l’autentica Unione politica! 89
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  91. 91. PC16: nuove piazze per il dopo-Cina Negli ultimi 30 anni la Cina ha rappresentato il campione di crescita economica, ma la sua ascesa volge ormai al termine e il think tank statunitense Stratfor, istituto di ricerca fondato da George Friedman, ha appena pubblicato uno studio comparato in cui indica i criteri che le aziende manifatturiere a livello mondiale stanno seguendo e prova a disegnare la mappa delle loro prossime tendenze migratorie: i PC16 sono i 16 paesi candidati a succedere alla Cina quali basi della produzione globale. La fine della Cina A partire dagli anni ‘80, la Cina ha rappresentato la metafora della crescita economica: grande disponibilità di manodopera a bassi salari, interesse ad attrarre investimenti esteri, sviluppo caotico e disordinato nonostante un sistema di governance molto centralizzato. Su queste basi, l’istituto americano di ricerca economica Stratfor ha condiviso un suo studio sulla fine del boom cinese e l’apertura alla successione quali nuove basi dell’industria manifatturiera a livello mondiale, «The PC16: Identifying China’s Successors», che si propone di identificare i 16 paesi candidati a succedere al post-Cina. Nello studio del noto economista Friedman si sottolinea da subito che la Cina continuerà forse a prosperare ma oggi ci sono ben altre nazioni che offrono forza lavoro a costi più 91

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